Nessun allarmismo ma guardia alta, quella sempre. È probabile, ma non è ancora certo, che la variante Xe del Sars-CoV-2, mutazione ricombinante di Omicron 1 e 2, possa essere più trasmissibile. È stata rilevata la prima volta lo scorso 19 gennaio nel Regno Unito e resa nota dalla Uk Health Security Agency (Ukhsca). Da allora sono almeno 600 le sequenze segnalate e confermate. Secondo i primi studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è possibile un “vantaggio del tasso di crescita di circa il 10% rispetto a Ba.2, ma questo dato richiede un’ulteriore conferma”. Nessun allarmismo – ribadiamo.

Si tratta di una variante ricombinata dunque, che ha unito i ceppi di Omicron BA.1 e Omicron BA.2. Xe ha cominciato a diffondersi in Inghilterra, dove i casi hanno cominciato ad aumentare a fine febbraio. Il ministero della Salute italiano ha disposto le analisi dell’Istituto Superiore di Sanità dei campioni raccolti su pazienti e riferiti a prime infezioni. Fin quando non saranno evidenti differenze nella trasmissibilità e nella malattia Xe sarà considerata una variante appartenente alla famiglia Omicron.

Per Arnaldo Caruso, presidente della Società Italiana di virologia, al momento si sa troppo poco per potersi esprimere, e “anche sulla possibilità che sia più contagiosa del 10% rispetto a Omicron 2 dico che è troppo presto per azzardare ipotesi: al momento concentriamoci sulla variante Omicron 2, che è quella più diffusa. Non preoccupiamoci di qualcosa che potrebbe non arrivare a costituire un problema serio. Aspettiamo”, ha commentato a Il Sole 24 Ore.

Il bollettino diffuso ieri dal ministero della Salute ha riportato 88.173 nuovi casi emersi nelle ultime 24 ore, su 588.576 tamponi processati, in riduzione dell’11% rispetto a una settimana fa. Il tasso di positività è passato dal 14,5 al 15%. 194 i decessi con le vittime in totale dall’esplosione della pandemia che arrivano a 160.103 in tutto. Calano le terapie intensive di 12 unità mentre crescono di 5 i ricoveri ordinari.

Secondo il consulente del ministero della Salute e docente di Igiene all’Università Cattolica, Walter Ricciardi, la variante è apparsa nel Regno Unito in quanto “dal 24 febbraio loro non hanno nessun tipo di precauzione, agevolando la selezione di varianti”. La strategia per contrastare la proliferazione di nuovi ceppi restano la vaccinazione e la precauzione. Al momento non sembra che la variante provochi nuovi sintomi: restano quelli simili a un raffreddore, come naso che cola, starnuti e mal di gola. Il Servizio Sanitario britannico ha tuttavia aggiornato l’elenco dei sintomi aggiungendo mancanza di respiro, stanchezza e dolori, mal di testa e di gola, naso chiuso, perdita di appetito e diarrea.

Secondo Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e professore di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano “è possibile che un soggetto sia stato infettato contemporaneamente da due varianti diverse e che i virus, durante la replicazione, abbiano subito un mescolamento del materiale genetico. Se la variante ricombinante ha un vantaggio evolutivo nella capacità di trasmissione – ha detto a Il Corriere della Sera – diventerà predominante rispetto alle precedenti ed è quello che potrebbe succedere con Xe. L’unica arma di difesa che abbiamo è potenziare i sistemi di sequenziamento per non farci cogliere impreparati”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.