Il mondo scientifico in questi giorni si sta interrogando sui casi di epatite acuta pediatrica che hanno riguardato circa un centinaio di bambini in diversi Paesi europei. Sono stati segnalati casi in Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Danimarca, oltre che nel Regno Unito. Anche in Italia ci sono alcuni casi sospetti. Si tratta di almeno quattro bambini, di meno di 10 anni, ricoverati nei centri che seguono le malattie del fegato.

L’allarme riguarda una forma particolarmente aggressiva di epatite di origine sconosciuta che in un caso su dieci porterebbe addirittura al trapianto. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono necessari ulteriori ricerche per identificare i casi di epatite acuta tra i bambini perché la priorità è “determinare l’eziologia di questi casi per guidare ulteriori azioni cliniche e di salute pubblica. Eventuali collegamenti epidemiologici tra i casi potrebbero fornire indicazioni per rintracciare l’origine della malattia. Le informazioni temporali e geografiche dei casi, così come i loro contatti, dovrebbero essere esaminati per potenziali fattori di rischio”.

“Sebbene alcuni casi siano risultati positivi per SARS-CoV-2 e/o adenovirus – osserva l’OMS – è necessario intraprendere la caratterizzazione genetica dei virus per determinare eventuali associazioni tra i casi”. E incoraggia “fortemente” gli Stati membri sa identificare, indagare e segnalare potenziali casi. Un’origine infettiva è ritenuta come la più probabile ma i casi di epatite acuta non sono legati a epatiti virali note, come A,B,C,E. Tra le ipotesi, vi è quella di un legame con il Covid-19 o con altre forme di infezioni virali, come quella da adenovirus, visto che entrambi i virus sono stati riscontrati in alcuni dei piccoli pazienti. Mentre non è stato identificato alcun collegamento al vaccino contro il Covid-19.

Sulla questione è intervenuto anche Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità: “In Italia fortunatamente non c’è ancora questo tipo di allarme” e “ad oggi non abbiamo alcuna evidenza che vi sia una correlazione con il nuovo coronavirus”.

A coordinare l’evoluzione dei casi è il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (Ecdc), che ribadisce l’appello a “segnalare e condividere informazioni”. L’aumento dei casi di infiammazione acuta e grave del fegato è stata segnalata per la prima volta il 5 aprile in Scozia, per poi superare quota 60 casi in tutto il Regno Unito nel giro di circa una settimana. La maggior parte riguardavano bambini tra 2 e 5 anni con alcuni che necessitavano di un trapianto di fegato, evento rarissimo in questa fascia di età. Oltre che in Europa, l’allarme si riguarda anche 9 bambini colpiti in Alabama, negli Stati Uniti.

Redazione