A prima vista, non sembra neppure un’opera letteraria questo Memorie dell’insurrezione di Varsavia di Miron Bialoszewski (Adelphi, pp. 321, a cura di Luca Bernardini, 22 euro), anche se lo è in sommo grado. Chiunque si avvicini alle sue pagine dense e compatte, senza la tradizionale scansione in capitoli, composte in uno stile appuntistico, molto suggestivo, fra diario quotidiano e cronaca allucinata, con frasi tra parentesi e dialoghi posti uno accanto all’altro come pezzi di ricambio da utilizzare in futuro, ha piuttosto l’impressione di stringere nel pugno una pietra di lava incandescente: non c’è tempo per respirare fra una pagina e l’altra, tutto sembra franare sotto ai nostri occhi. Stiamo parlando della famosa rivolta dell’agosto 1944: una fra le più grandi e assurde tragedie della Seconda guerra mondiale.

Piccolo sunto storico. La Polonia, in quell’indimenticabile estate di guerra, all’indomani del grandioso sbarco in Normandia che aveva cambiato le sorti del conflitto, pareva stretta in una micidiale morsa: a est le armate russe erano arrivate sulla Vistola e si stavano preparando a entrare nell’antica gloriosa capitale dando la spallata definitiva; a ovest gli Alleati premevano forte diretti a tutta velocità verso Berlino. La liberazione pareva imminente. I ribelli nazionalisti, prima che ciò accadesse, insorsero con l’intenzione di affermare di fronte al mondo l’identità polacca: lo fecero in funzione anticomunista. Non avrebbero voluto finire, dopo aver subìto – soprattutto gli ebrei – il terrore hitleriano, nelle grinfie di Stalin, come poi invece puntualmente accadde. Quando i sovietici se ne resero conto, lasciarono cinicamente che i tedeschi bruciassero la città.

Anche le forze anglo-americane non fecero granché, tranne qualche lancio di viveri sulla metropoli assediata e distrutta, molti dei quali peraltro non andarono a buon fine. Infamie della Realpolitik. Varsavia pagò un prezzo altissimo: duecentomila vittime nella popolazione civile e quindicimila caduti fra gli insorti. Il governo polacco, in esilio a Londra, condannò l’iniziativa. Il leggendario generale Władysław Anders, che poi sarebbe stato sepolto a Cassino, insieme al corpo di spedizione polacco che aveva guidato l’assalto all’abbazia benedettina, nel dopoguerra dichiarò: «Mi inginocchio di fronte a Varsavia combattente, ma ritengo l’insurrezione stessa un crimine». Queste informazioni si ricavano dai manuali. Ma leggere il testo di Miron Bialoszewski, pubblicato per la prima volta nel 1970, è un’altra cosa.

Lui aveva ventidue anni, sin dall’inizio visse la protesta da protagonista, senza prendere parte alla contesa, limitandosi – e non era poco – a cercare di salvare la pelle: «Mi ricordo che dal secondo piano del palazzo opposto alla Wache, all’angolo tra la Chlodna e la Zelazna, buttavano in strada tavoli, sedie e armadi, e la gente li prendeva immediatamente per farci una barricata. E i carri armati la travolsero all’istante». Le precisazioni toponomastiche danno vivacità e colore alla narrazione: fanno parte integrante del resoconto. L’autore, che diventerà un poeta fra i più significativi della letteratura polacca, ci trascina dentro il tumulto, in mezzo alle bombe e ai frantumi del conflitto urbano. Da una parte c’è l’armata nazista, dall’altra i partigiani: si combatte prima nei cortili, poi nelle fogne che in seguito verranno allagate.

A sostenere i tedeschi, scatenati nella rappresaglia, ci sono i collaborazionisti ucraini, particolarmente crudeli: migliaia di persone vengono fucilate in poche ore: «Quelli ancora mezzi vivi li bruciavano insieme a quelli mezzi morti, per dire. Li buttavano negli stessi roghi». Bialoszewski, tanto tempo dopo, nella Polonia comunista, rievocando quei giorni terribili con frasi smozzicate e ripetute, quasi teatrali, come se dovessero essere recitate in un monologo sul palcoscenico, tese a rappresentare percussivamente la carneficina, riflette così: «Per vent’anni non sono riuscito a scriverne. Anche se lo avrei tanto voluto. E allora chiacchieravo. Dell’insurrezione. Con parecchie persone. Diverse. Tante di quelle volte. E pensavo continuamente che questa insurrezione in un qualche modo la dovevo descrivere, ma proprio descrivere. E non sapevo che questo chiacchierare per vent’anni – perché ne chiacchiero da vent’anni – perché è l’avvenimento più importante della mia vita, così conchiuso – che proprio questo chiacchierare è l’unico modo per descrivere l’insurrezione».

Fra tunnel, cunicoli e canaletti di scolo, dentro ai palazzi incendiati, scansando granate e lanciarazzi, la popolazione civile cerca di sopravvivere anche con l’aiuto delle suore, le famose Sacramentine, pronte a soccorrere i feriti trascinandoli negli ospedali dirupati. Le SS, coi loro binocoli piazzati sui grandi alberi dello zoo, facevano piazza pulita usando l’artiglieria contro gli edifici occupati. Allo sguardo dello scrittore non sfugge niente: neppure le esplosioni vitali dell’umanità tumefatta ma ancora in grado di prosperare: «Mi ricordo gli insorti sdraiati fianco a fianco con le staffette o le infermiere dopo un’azione notturna, sotto le stesse coperte. C’erano donnine che si scandalizzavano, ma si limitavano a borbottare e lanciare occhiatacce. Credo che più che altro si stupissero. Che in una situazione del genere si potesse pensare a quelle cose lì. Il resto della gente era del tutto indifferente».

Quando i sovietici giunsero a occupare il quartiere Praga, dall’altra parte del fiume, l’insurrezione si trasformò in una bolgia se possibile ancora più feroce. In sostanza Varsavia venne rasa al suolo, con l’intenzione di cancellarne anche la memoria, infatti, diversi anni dopo, nel momento in cui i nuovi governanti dovettero ricostruirla, chiesero agli architetti di affidarsi ai dipinti di Bernardo Bellotto che, come sappiamo, l’aveva immortalata nei suoi dipinti settecenteschi. Per questo nel centro storico della capitale polacca palpita ancora oggi un’anima italiana.