Continuano le indagini sulla morte di Cosimo Di Lauro. Ha confermato l’assenza di segni di violenza autoinflitta l’autopsia sul corpo di “F1”, l’ex reggente dell’omonimo clan di camorra di Secondigliano morto la notte tra domenica e lunedì scorsi, all’età di 48 anni, nel carcere milanese di Opera, dov’era detenuto in regime di 41bis. Alle operazioni di riconoscimento ha preso parte il fratello Antonio che, secondo quanto si è appreso, è rimasto particolarmente colpito dalle condizioni in cui ha trovato il corpo. “È irriconoscibile, in condizioni fisiche disastrose”, avrebbe detto.

Proprio Antonio, assistito dall’avvocato Vittorio Giaquinto, ha chiesto che all’autopsia prendesse parte anche un consulente Di parte. C’è ora attesa, da parte dei familiari, per gli esiti degli esami istologici e tossicologici disposti sui campioni di tessuto prelevati durante gli accertamenti. E intanto la Questura Di Napoli ha disposto che i funerali Di Cosimo Di Lauro si tengano solo in forma strettamente privata.

Ad affiancare durante l’autopsia il consulente della Procura, anche il medico legale milanese Marco Scaglione nominato dalla famiglia Di Lauro, che in questa inchiesta, aperta per omicidio colposo a carico di ignoti, è parte lesa. L’autopsia è stato l’adempimento fondamentale dell’inchiesta, disposta su quesiti precisi. Il medico legale deve capire la causa della morte, verificare nel corpo di Cosimo Di Lauro presenze eccessive di farmaci o altre sostanze, accertare se vi sono state omissioni nelle cure o nella sorveglianza del detenuto Di Lauro, sul suo decesso notturno in cella.

Bisognerà aspettare alcuni mesi prima di avere risultati dettagliati dell’autopsia. Ma già dai primi accertamenti sembra essere esclusa l’ipotesi della morte per infarto, come riportato dal Mattino. Era questa infatti la prima ipotesi che però non ha trovato riscontro.
Nessun segno, poi, di violenze autolesionistiche, che avrebbero potuto far sospettare un suicidio. Un corpo, però, trovato dai due medici in condizioni di deperimento eccessivo. A conferma delle tante relazioni che hanno segnalato sempre più spesso come Cosimo Di Lauro rinunciasse a mangiare, non curava l’igiene personale, si era perso dietro pensieri assenti affogati in sigarette fumate con frenesia steso tutto il giorno sul letto della cella.

Nei suoi 17 anni e mezzo di carcere Cosimo ha sempre negato di assumere droghe. Ma in questi anni, come accertato in una corposa documentazione medica raccolta nei passaggi in sei penitenziari diversi, sicuramente Di Lauro è stato sottoposto a trattamenti con più farmaci. In prevalenza tranquillanti, ma anche psicofarmaci. Bombe chimiche, che avrebbero potuto avere ripercussioni nel tempo sulle sue condizioni fisiche.

Nel 2011, una perizia affidata dal Tribunale per il riesame di Napoli al neurologo napoletano Luigi Lavorgna, aveva diagnosticato a Cosimo di Lauro una patologia in grado di incidere progressivamente sui movimenti degli arti, danneggiando il sistema nervoso periferico: la polineuropatia cronica infiammatoria demielizzante (la Cidp). E ha spiegato il dottore Lavorgna: “Una patologia che va seguita, monitorata e curata perché potrebbe avere anche sbocchi gravi fino all’immobilità e all’insufficienza respiratoria”. Anche questo verificheranno, analizzando i dati dell’autopsia, i medici legali: capire se è stato proprio l’aggravarsi della patologia Cidp, con le condizioni di abbandono di Cosimo Di Lauro, ad averlo portato alla morte.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.