Egregio direttore,
tante, tantissime, forse troppe cose si son dette e si possono dire in tema di tortura. Personalmente, mi piace riandare a una esclamazione semplice, quasi banale, eppure tanto cara a un intellettuale come Leonardo Sciascia: “C’è ancora un giudice a Berlino!”. Cara a Sciascia perché, nella leggenda, era l’urlo liberatorio di un povero contadino prussiano, ingiustamente espropriato da un feudatario. Sì, c’è ancora un giudice a Berlino! Non importa se tu sei il più potente tra i potenti ed io l’infimo tra gli infimi. C’è un giudice a Berlino che applicherà la legge. La quale è uguale per tutti, potenti e meschini! Ed io riavrò il mio podere, perché è un mio diritto. E ancora: lo Stato liberale, con i suoi apparati, ha sì il diritto di interrogarmi, ma mai quello di pestarmi a sangue per estorcermi confessioni. È la differenza, non banale, tra stato di diritto e stato di polizia. Una differenza che distingue anche il corrispondente ruolo apicale, quello del ministro dell’interno in una democrazia liberale dal ministro di polizia nei regimi autocratici. Una differenza che coincide con la legge e con il diritto, che nulla hanno a che spartire con la tortura la quale, come ci insegnava Beccaria, manda assolti i potenti colpevoli e condanna i deboli innocenti. La tortura è il sopruso, la sopraffazione del più debole da parte del più forte.
La legge, invece, è il diritto, è la legalità, che punisce un reo solo a seguito di equo processo. Ecco, essere contro la tortura significa essere contro i soprusi e le sopraffazioni, sempre. E a favore del diritto e della legge. Dalla parte dei contadini prussiani di ieri, di oggi e di domani.

Gianna Gancia