Segreti, reticenze, imposture, desiderio di una vita nuova, tentativi di fingersi diversi da chi si è. Ma è possibile conoscere la propria identità, la verità sulle proprie origini? Chi sono i nostri genitori? Cos’è successo nel passato? La letteratura si nutre di questi interrogativi, si arrovella su falsità, menzogne e versioni discordanti, e per questo ama far salire sul palcoscenico personaggi ipocriti, falsari, gente in cerca di riabilitazione. L’ultimo romanzo di Alessandro Piperno, Di chi è la colpa (Mondadori), celebra il trionfo del sogno sinistro di sbarazzarsi del proprio passato, riscrivere la storia, forzarla a piacimento: «Era come se un nuovo me stesso avesse soffocato il ragazzino leale e coscienzioso di sempre», confessa a un certo punto il narratore. È figlio di genitori altrettanto scaltri nel rimettere mano ai trascorsi della famiglia e nell’occultare elementi fondamentali: «ma come, non sapevo che mamma era ebrea?».

Il lettore osserva il protagonista uscire da una vita umile, sferzata da difficoltà economiche, trascorsa in una anonima periferia romana, e prendere dimora in un universo elettrizzante, ricco, elegante, edonistico, godereccio, un mondo fatto di vacanze a New York, di ristoranti dove le fette di manzo hanno bordi croccanti e cuori rosati. Presto, lettore e protagonista si inebriano con lo stesso profumo di cestini pieni di viennoiseries, e scoprono che il forte desiderio di rinascere, di ripartire con un nuovo cognome, di superare i traumi a forza di cremose zuppe di vongole, comporta inevitabilmente sentimenti contrastanti, necessità di mentire per tenere in piedi il castello di carte della nuova reputazione. Nella famiglia in cui approda, il narratore non cambia solo vestiti, e tenore di vita, ma riscontra inedite possibilità di relazionarsi con le ragazze, in particolare, con le belle Sofia e Francesca, la prima sempre struccata e musona e l’altra animata da forze ambigue: «talvolta era bellissima, ma di solito non lo era affatto». Il narratore è colpito da Francesca soprattutto per «una luce che irradiava suo malgrado; un’iridescenza che sembrava provenire dalle sue qualità morali». Le due ragazze si contendono a lungo mente e corpo del protagonista: «la nostalgia di Francesca rendeva elettrizzante la passeggiata clandestina con Sofia».

È difficile trovare scrittori che si consacrino così a generare personaggi verosimili e emotivamente complessi – inseguendo pensieri imprevedibili e illusioni momentanee – a mettere in scena ambienti che si manifestano attraverso gli oggetti e i tessuti – bollenti caffettiere di Sheffield, pantaloni di fustagno, cardigan lisi, ecc. Piperno ha lavorato con dedizione maniacale a costruire questo mondo, col risultato di ubriacare i sensi del lettore con pagine stilisticamente impeccabili che grondano aggettivi insoliti ed esatti, pagine scaldate dalla nostalgia, dal rimpianto, dove tutto luccica, dove le profondità umane e le fragilità si rivelano per ciò appare in superficie, ogni cosa manda un suo odore unico, comprese le lacrime. Una frase del romanzo può essere letta come una dichiarazione di intenti: «il godimento estetico va centellinato, la fatica spetta all’artista, non al fruitore». Il lavoro di Piperno sparisce infatti davanti agli occhi del lettore che ha l’impressione che le 434 pagine siano state scritte senza sforzi. Da qui l’impressione che questo romanzo abbia qualcosa di miracoloso. Una seconda dichiarazione di intenti riguarda l’evocazione di George Eliot, nominata dieci volte: «le nuove generalità mi trasformarono dalla mattina alla sera nell’eroe di un romanzo vittoriano, e quindi nel più losco degli impostori».

Dopo l’eccentrico esordio Con le peggiori intenzioni, il dittico Il fuoco amico dei ricordi, con cui aveva vinto il premio Strega nel 2012, nel suo penultimo romanzo aveva mutato registro e ritmo, dando una sterzata al periodare, asciugando le frasi, puntando su brevità e secchezza, ora Piperno ha scritto il suo romanzo migliore. È tornato al suo stile affabulatore, è tornato alla prima persona, è tornato proustiano (non solo la memoria orienta la trama e l’innamoramento è alimentato dalla prospettiva di far parte di un mondo inaccessibile, ma il narratore scopre nell’arco della trama la vocazione alla scrittura). C’è forse un momento preciso nella vita degli scrittori in cui la maturità artistica combacia con il sentimento di gratitudine verso i propri genitori e con una volontà di congedarsi dal mondo mitico della propria famiglia.

Dopo decenni di romanzi, nel 1997 Don DeLillo dedica il suo capolavoro, Underworld, «Alla memoria di mia madre e mio padre». Nick Shay – il personaggio più autobiografico di tutta la sua letteratura – crede che il padre scomparso sia stato in realtà portato via da qualcuno contro la sua volontà, considerando così il padre innocente; il fratello invece non crede a questa versione, pensa che il padre sia colpevole. JR Moeringher, dedica il Bar delle grandi speranze (Piemme) alla madre, mentre del padre sa pochissimo: «Il mistero di mia madre era in parte internazionale. Per essere la persona più onesta che io abbia conosciuto, era una magnifica bugiarda». Alessandro Piperno dedica “Ai miei genitori” questo ultimo libro. Gratitudine e capacità di saper dire addio aiutano a fare i conti con il passato, e quindi a immergersi in temi già lambiti dalla produzione letteraria precedente. Cosa è veramente accaduto alla madre del narratore di Piperno?

Di chi è la colpa è una giostra in cui si passa vorticosamente da sensi di colpa a responsabilità reali, da vittime innocenti a reali colpevoli, arrivando all’ipotesi che la ricerca di giustizia e della colpevolezza è un binario morto e che ogni verità può sempre mostrarsi effimera, compresa la verità processuale. Esiste allora qualcosa in grado di non essere travolto dal tempo? La letteratura stessa suggerisce a Piperno una risposta, che viene da tanti scrittori, da George Eliot a Proust, da Garcia Marquez a Vargas Llosa: l’unica realtà che pur cambiando volto resta se stessa sono gli amori della gioventù: «Il palpito di eternità che chiediamo ai visi amati, e che raramente ci viene concesso, le aveva illuminato gli occhi di una luce a tal punto vivida e familiare da risvegliare un sentimento che evidentemente giaceva in una parte di me tanto solitaria quanto inaccessibile. Eccola qui, la ragazza che non avevo mai smesso di desiderare».