Non eravamo preparati a Silvia Romano. Non eravamo preparati al suo abito islamico, alla sua conversione presentata come una libera scelta nata dalla lettura del Corano. Impreparati nonostante numerose pagine di letteratura sui sequestri raccontino il rischio di empatizzare, di restare prigionieri della sindrome di Stoccolma che riempie di gratitudine le vittime verso i loro carcerieri, per il solo fatto di essere ancora vivi, seppur a pezzi. Non eravamo preparati alla sua forza, al sorriso con il quale Silvia è scesa dalla scaletta dell’aereo che la riportava in patria, dopo 18 mesi di prigionia nelle mani feroci degli uomini di Al Shabaab.

Un sorriso il suo, mai scomparso mentre attraversava il piazzale dell’aeroporto di Ciampino, salutava i giornalisti e pronunciava le sue prime parole: “Sto bene, sono stata forte”. Non eravamo preparati neppure a questo, ad una giovane donna che ringrazia prima di tutto se stessa, il suo coraggio e la sua resistenza. Silvia non ha lasciato nessuno spazio alla commiserazione, al dolore e alla commozione da osteria dove lacrima chiama lacrima. Le lacrime di Silvia sono rimaste nascoste nel lungo abbraccio con sua madre, mentre suo padre si inchinava ad una figlia che lo rende orgoglioso e di cui forse intuisce tutta la sofferenza, rivestita di pudore, dignità e anche coerenza.

E allora da Silvia la vittima a Silvia l’ingrata, per i detrattori, i leoni da tastiera e gli odiatori seriali, il passo è breve e la lettura diffusa diventa Silvia l’arrogante, colpevolmente impreparata alla vita che si era scelta in Africa e quindi responsabile della peggiore imprudenza, che non merita né la diplomazia, né l’intelligence, né i soldi investiti nella sua liberazione. Non siamo preparati al coraggio di giovani come Silvia Romano, Giulio Regeni o di Patrick Zaky, per molti tre imperdonabili imprudenti che insieme a tanti altri giovani scambiano la vita adulta per una vacanza nel mondo e che scelgono deliberatamente di andare a cacciarsi nei guai per sostenere i più deboli, per affermare la giustizia sociale, sia quella di un sindacato o delle comunità LGBT, in Kenya come in Egitto.

Luoghi dove non esistono diritti e lo sanno tutti e allora solo un pazzo irresponsabile, qualcuno ha definito Silvia una “sciacquetta”, insisterebbe in un tale folle progetto, che certamente non merita lo sforzo di nessuno per cercare di salvarli dai pericoli annunciati. Ma più di ogni altra cosa non eravamo preparati al perdono che nel caso di Silvia, è coerenza verso le proprie scelte, è consapevolezza di dover rischiare in prima persona per affermare un ideale, un sogno. E se gli ideali e i sogni sono di una giovane donna, l’impreparazione esplode ancor più in giudizio, in morbosità anche sessuale, perché “se sei stata tanto bene allora vuol dire che gatta ci cova…c’è un amante, un figlio o una gravidanza.

Se davvero così fosse, cara Silvia, ci hai ingannati. “Non meritavi alcun aiuto, non meritavi i soldi degli italiani”. La scrittrice Dacia Maraini, una donna che ha vissuto l’esperienza della prigionia, che ha pagato più volte il prezzo della propria libertà e con la quale abbiamo parlato dell’esperienza e della scelta di Silvia, ci ricorda che “il mondo ha bisogno di giovani come lei e per fortuna, ce ne sono tanti”. Converrebbe cercare di essere un po’ più preparati all’eccezionale e meno giudicanti: giovani siate realisti, chiedete l’impossibile!