Oltre 500 giorni di prigionia, un incubo interminabile, e ora la paura dopo essere tornata di poter tornare vittima di gesti di intolleranza. Il ritorno nella sua Milano di Silvia Romano, la cooperante rapita nel novembre 2018 in Kenya e tornata libera dopo una estenuante trattativa con gruppo islamico di Al-Shabab venerdì scorso, è segnato dalla tensione.

Perché nell’Italia del 2020, segnata da spinte sempre più reazionarie e dall’odio fuori controllo sui social, può capitare anche che al posto di una festa collettiva per il ritorno ‘da viva’ di una ragazza di soli 24 anni che ha passato le pene dell’inferno in mano a carcerieri che l’hanno tenuta chiusa a chiave in una stanza per 18 mesi, ci siano migliaia di commentatori che le augurano la morte e lo stupro per essersi convertita alla fede islamica o essere tornata in patri col nome di Aisha.

Un quadro pericoloso, tanto da spingere la Prefettura di Milano a valutare una sorveglianza rigorosa dal suo palazzo in via Casoretto, nella zona nord di Milano, da parte di carabinieri e polizia. Il pm Alberto Nobili, capo del pool Antiterrorismo della Procura di Milano, starebbe valutando anche l’ipotesi di aprire un fascicolo d’indagine per minacce nei confronti della volontaria.

Al momento tutto ciò che chiede la famiglia di Silvia è un po’ di normalità. Da domenica infatti la 24enne è stata letteralmente travolta dai media e dai curiosi. Ieri pomeriggio il suo ritorno a casa è stato segnato da una folla una folla di giornalisti e curiosi, accalcati sotto casa senza tener conto delle misure di distanziamento sociale imposte dal coronavirus.

Alle domande dei giornalisti che le chiedevano di un possibile ritorno in Kenya la giovane, che aveva viaggiato da Roma con sorella e madre, scortate dalle forze dell’ordine, Silvia ha risposto con un laconico “Rispettate questo momento”.