È durato circa 4 ore l’interrogatorio con i pm di Roma e i militari del Ros di Silvia Romano, la cooperante milanese liberata venerdì in Somalia dopo oltre 500 giorni di prigiona a seguito del rapimento avvenuto il 20 novembre 2018 in Kenya, a Chakama, dove lavorava per la onlus Africa Milele.

Silvia è stata accompagnata in caserma circa un’ora dopo l’atterraggio avvenuto oggi pomeriggio alle 14 all’aeroporto di Ciampino, dove è stata accolta dalla famiglia, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Agli inquirenti, coordinati dal Pm Sergio Colaiocco, che l’hanno ascoltata in caserma, Silvia ha raccontata di essere stata spostata “più volte ma i miei carcerieri sono sempre stati gli stessi. Non c’è stato alcun matrimonio né relazione”. Come emerso dopo il rapimento in Kenya, la giovane volontaria è stata ceduta dai criminali kenioti autori del raid ai terroristi islamici di Al Shabab. “Mi sono spostata con più di un carceriere in almeno quattro covi, che erano all’interno di appartamenti nei villaggi – ha ricordato Silvia Romano – Loro erano armati ed a volto coperto, ma sono sempre stata trattata bene ed ero libera di muovermi all’interno dei covi, che erano comunque sorvegliati”. La volontaria ha raccontato di aver cambiato sei covi, tutti in centri urbani: “Ci spostavamo in auto o a piedi. Sentivo le voci da fuori ma non ho mai visto nessun altro se non i miei sequestratori: nessun occidentale, nessuna donna”. Ogni casa era in qualche modo attrezzata: “Dormivo su materassi o su teli. Non sono mai stata né bendata né legata. Mi portavano da mangiare quello che c’era. Verdure, capretto, avevo chiesto degli spaghetti e una volta sono riusciti anche a portarmeli”.

Avevano promesso di non uccidermi e lo hanno fatto”, avrebbe aggiunto Silvia. Sulla sua conversione “spontanea e non forzata” all’Islam, la cooperante ha detto: “È successo a metà prigionia, quando ho chiesto di poter leggere il Corano e sono stata accontentata. Loro mi hanno spiegato le loro ragioni e la loro cultura. Il mio processo di riconversione è stato lento in questi mesi”. Anche se Silvia ha spiegato che “i primi tempi non ho fatto altro che piangere, poi però mi sono fatta coraggio e ho trovato un equilibrio interiore. Piano piano è cresciuta dentro di me una maturazione che mi ha convinto a convertirmi all’Islam”, spingendola così a cambiare nome e a chiamarsi Aisha, come la moglie favorita di Maometto. “La cerimonia di conversione è durata pochi minuti, in cui ho espresso la mia volontà a diventare musulmana. Ho recitato le formule per manifestare la mia convinzione che non c’è Dio all’infuori di Allah. E così mi sento ancora adesso. Io ci credo veramente”.