Clemenza
Dai cinque casi di grazia di Mattarella al film di Sorrentino: quando la giustizia si fa umana
Abbiamo appena visto l’anteprima de La Grazia di Paolo Sorrentino, che uscirà in sala il 15 gennaio. Ma prima dell’anteprima, abbiamo visto la grazia: quella vera. Concessa dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, l’antivigilia di Natale. Tra i cinque casi, due sono sovrapponibili perfettamente con la sceneggiatura di Sorrentino.
Il gesto estremo e silenzioso
Rovesciando il celebre incipit dell’Anna Karenina di Lev Tolstoj, anche gli infelici possono somigliarsi tutti. È l’articolo 87, comma 11, della Costituzione a fondare questo gesto estremo e silenzioso: la grazia come atto personale del Presidente della Repubblica, esercitato dopo istruttoria e con l’avviso del Ministro della Giustizia. Non una scorciatoia emotiva, ma una valvola di umanità prevista dall’ordinamento. Ed è dentro questo perimetro costituzionale che si collocano i cinque profili graziati, ciascuno portatore di una frattura tra pena legale e colpa morale.
I casi di grazia
Il primo è Bardhyl Zeneli (1962), condannato per evasione dagli arresti domiciliari: un allontanamento dall’abitazione che, secondo magistrato di sorveglianza e Procuratore generale, non integrava la fattispecie di reato. La grazia estingue l’intera pena, sanando uno scarto tecnico prima ancora che umano. C’è poi Franco Cioni (1948), condannato per l’omicidio volontario della moglie, malata terminale, con cui aveva condiviso cinquant’anni di vita. Qui la grazia diventa parola difficilissima: estingue la pena residua tenendo insieme il perdono della famiglia, le condizioni di salute del condannato e la drammaticità del contesto. È il caso che più dialoga con il cinema di Sorrentino e con il suo interrogare il confine tra pietà, colpa e responsabilità. Alessandro Ciappei (1974) rappresenta invece la dimensione del tempo: una truffa del 2014, di modesta gravità, una vita ricostruita all’estero. La grazia interviene sulla pena residua come riconoscimento di un percorso concluso, non come rimozione del passato. Diversa ancora la vicenda di Gabriele Spezzuti (1968): reati in materia di stupefacenti del 2005, pena detentiva già espiata, resta una multa pesantissima. La clemenza presidenziale cancella la parte residua della sanzione pecuniaria, tenendo conto delle condizioni di vita e dell’assenza di recidiva. Anche qui, la Costituzione opera come strumento di riequilibrio. Infine Abdelkarim Alla F. Hamad (1995), condannato a trent’anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione.
Dalla grazia di Mattarella al film di Sorrentino
La grazia è parziale, misurata, motivata da dieci anni di detenzione, dalla giovane età al momento dei fatti, da un percorso di recupero riconosciuto in carcere. È a questo punto che il film torna a bussare. Anche i profili di cui parla La Grazia sono malati terminali nel fisico o nella mente. E Sorrentino ci dice, con ragione, che i mariti violenti sono di quest’ultima specie. Il racconto de La Grazia vista al cinema è tutto umano, più che politico. Ma veste la grisaglia istituzionale per contenere le volute che bruciano giù nelle viscere e accompagnarle come anime smarrite verso il cielo. Il garbo quirinalizio c’è, il solletico della storia pure. Il protagonista di Sorrentino, non a caso, si chiama Mariano De Santis, come quel Mariano Rumor che fu artefice di una mezza dozzina di governi fatti e disfatti. La figlia del Presidente, l’attrice Anna Ferzetti, si chiama Dorotea, come la corrente democristiana che vedeva oltre a Rumor, Emilio Colombo, Aldo Moro e Paolo Emilio Taviani. Il Presidente, a sua insaputa, ha un soprannome: Cemento Armato. È un vedovo, alleggerito e ferito dall’onnipresente figlia. Un’eco dichiarata di Oscar Luigi Scalfaro, il giurista divenuto magistrato e poi salito al Colle. La chiave di alcuni misteri sta nel personaggio di Dora Valori. Il cognome non è casuale.
La Grazia, Sorrentino interroga le coscienze e pizzica le corde dell’etica
Del film non possiamo tacere la capacità emozionale, e insieme, politica. Interroga le coscienze, pizzica le corde dell’etica senza strafare, timbra le pagine della cronaca senza indugiare, vezzeggia ora Dostoevskij, ora Pavese. Ci porta dal Quirinale al Piemonte, dai palazzi del potere agli istituti di pena, dentro i corridoi, i parlatori, le lunghe attese di chi vive una vita in sospeso. Giusto, sbagliato. Vero, falso. I grandi dilemmi che ci sospendono come nella decisione di firmare o meno una legge, quella sull’eutanasia, che tiene in bilico migliaia di esistenze sofferte. Il film di Sorrentino ci permette di visitare, come faceva Marco Pannella ogni Natale, l’universo delle carceri e la giustizia che non funziona. Lo fa nel periodo migliore: con le Feste, le famiglie riunite, le discussioni sul referendum che si voterà in primavera. Anche lì ciascuno dovrà decidere. Le decisioni del Presidente Mariano De Santis sono meditate, sofferte, infine sostenute. Come speriamo saranno quelle degli italiani.
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