Lo hanno tenuto sotto intercettazione per un anno e mezzo, manco fosse il più pericoloso dei criminali. Hanno spiato ogni sua conversazione telefonica e filmato ogni suo spostamento, nonostante già dai primi mesi di indagine non fosse emerso nulla a conferma di quel dubbio insinuato da un ex ospite della comunità La Sorgente a Miano, quella dove don Carlo De Angelis accoglieva detenuti con problemi di tossicodipendenza. E proprio padre De Angelis è stato protagonista di una vicenda giudiziaria che lo ha esposto alla gogna mediatica tre anni fa, quando ci fu la discovery dell’indagine e su tutti i giornali il suo nome finì in prima pagina.

Lo definirono «il prete provolone» per l’accusa di aver rivenduto gli aiuti per i poveri donati dalla Croce Rossa. Quanto ferì quel titolo, quanto hanno segnato quelle accuse la vita e l’immagine di don Carlo. Accade sempre così: basta finire nel registro degli indagati con una qualsiasi ipotesi di reato per ritrovarsi nel tritacarne del giustizialismo e del sospetto. Un incubo che si è concluso l’altro giorno con la sentenza che ha assolto padre Carlo De Angelis da ogni accusa.

Il giudice Scandone ha pronunciato la sentenza che lo scagiona, chiudendo così il processo che in primo grado è durato poco più di due anni e mezzo. E dire che per il sacerdote, ex cappellano delle carceri di Poggioreale e di Lauro e da anni impegnato nel recupero di tossicodipendenti e ragazzi a rischio nella difficile periferia di Miano, nell’hinterland a nord di Napoli, la Procura aveva chiesto la condanna a un anno di reclusione. Padre Carlo De Angelis è stato assolto con formula piena, così come richiesto dal suo difensore, l’avvocato Domenico Smarrazzo, che nel processo ha più volte evidenziato la carenza degli indizi, l’accanimento investigativo e quei motivi di rancore personale che avevano spinto l’ex ospite della comunità a rivolgere accuse sul conto di don Carlo che quella comunità gestiva e tuttora gestisce.

«C’è stato un utilizzo sproporzionato del mezzo captativo per reati che proceduralmente non prevedono l’uso di intercettazioni – spiega Smarrazzo e ciò sul presupposto che inizialmente la notizia di reato afferiva a un’ipotesi di 416 bis. Dopo un anno e mezzo di appostamenti e intercettazioni gli inquirenti si sono resi conto che non c’era alcun elemento contro De Angelis. La Procura aveva gli strumenti per evitare le intercettazioni e il relativo spreco di risorse economiche».

Inizialmente, infatti, l’inchiesta seguì il sospetto che nella comunità circolassero armi e droga perché un detenuto, che era stato ai domiciliari nella comunità gestita da don Carlo, aveva raccontato questo e altro. Le intercettazioni proseguirono anche quando fu chiaro che le parole di chi accusava don Carlo erano animate da risentimenti personali e non trovavano riscontri. Si fece avanti solo l’ipotesi che il sacerdote avesse rivenduto un provolone di oltre cento chili donato dalla Croce Rossa. Appropriazione indebita l’accusa. Nel processo si è chiarito che quella quantità di formaggio era troppa per gli ospiti della comunità e, per evitare che andasse a male, fu distribuito fra chi si pensava potesse averne bisogno. Di qui l’assoluzione di don Carlo e la fine di un incubo giudiziario. Condanna, invece, per altri due imputati, tra cui una collaboratrice del sacerdote.