Qualche notte fa ha ingerito due batterie e una lametta, un gesto disperato con cui ha voluto manifestare il proprio dramma e urlare il proprio disagio e le proprie paure, soprattutto quella di tornare nel carcere di Vibo Valentia dove sostiene di aver subìto pestaggi. La storia di Gabriele De Biase, 31 anni, arrestato a Scampia per spaccio di droga e recluso temporaneamente nel carcere di Secondigliano in occasione dell’udienza del processo, e raccontata dal Riformista.it, rischia di diventare un altro caso giudiziario.

I familiari dell’uomo temono altri gesti di autolesionismo, e hanno chiesto l’intervento dei garanti dei detenuti di Campania e Calabria. Quale piega prenderà questa vicenda è ancora presto per dirlo. Intanto è una storia che riaccende il dibattito sulle difficoltà di vita in carcere per i reclusi, sulle criticità affrontate anche da chi lavora all’interno delle prigioni, sulle tensioni che possono generarsi tra reclusi e agenti della penitenziaria, su aggressioni ed episodi di violenza che non possono essere tollerati. I numeri sul sovraffollamento degli istituti di pena sono una delle spie di una situazione spinta ai limiti, la carenza di mezzi e risorse sono tra le cause di tante criticità e le misure per limitare i contagi da Covid hanno messo un carico di restrizioni e tensioni che ha fatto il resto.

Ma torniamo alla storia di Gabriele De Biase. La notte del 3 ottobre scorso viene salvato dai medici dell’ospedale Cardarelli che riescono a estrarre gli oggettive ha ingerito e stabilizzare le sue condizioni, tanto che dopo una notte in ospedale De Biase viene dimesso. «Dimissione volontaria», si legge sul referto. Si chiude la parentesi sanitaria, ma resta aperta quella collegata alla detenzione. De Biase decide di mettere nero su bianco e in una lettera inviata al Dap di Roma denuncia di essere stato picchiato nel carcere calabrese dove chiede di non essere riportato.

Ripercorre, scrivendo di proprio pugno, dettagli dei pestaggi su cui scatteranno le verifiche come da prassi e su cui, se confermate, il silenzio non dovrebbe calare: «Mi hanno fatto spogliare e mi hanno insultato e picchiato». Le botte, a sentire De Biase, sarebbero state il benvenuto ricevuto nel carcere calabrese dove era stato trasferito dopo le rivolte avvenute, durante il lockdown, nel carcere di Fuorni: «Mi dissero che mi trattavano così perché venivo da una rivolta e che poi, man mano, si sarebbero calmati».