Denudato e picchiato al suo arrivo nel carcere di Vibo Valentia, in Calabria, perché reduce da un trasferimento dovuto alle rivolte andate in scena durante il lockdown nel penitenziario salernitano di Fuorni.

E’ la denuncia del detenuto Gabriele De Biase, 31enne napoletano (originario di Scampia), momentaneamente trasferito nel carcere di Secondigliano per un processo. Una lunga lettera indirizzata al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a Roma nella quale viene raccontato l’incubo vissuto nel carcere di Vibo Valentia dove è stato “ospite” per pochi mesi. Una missiva segnalata dal garante del Comune di Napoli Pietro Ioia ai colleghi di Campania (Samuele Ciambriello) e Calabria (Agostino Siviglia) e al garante nazionale Mauro Palma che in questi giorni ha presenziato l’Assemblea nazionale a Napoli.

E’ raccapricciante il racconto di De Biase che ora teme di ritornare nuovamente nel carcere calabrese. Un grido d’aiuto che ha messo in apprensione i suoi familiari preoccupati da possibili gesti di autolesionismo del loro caro. Già il 3 ottobre scorso il 31enne è stato portato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli dopo aver ingerito, nel cuore della notte, una lametta e due pile.

Gabriele e i suoi familiari chiedono solo di non tornare in quel carcere di Vibo Valentia dove al suo arrivo il ‘comitato di benvenuto‘ è stato tutt’altro che umano. “Mi hanno messo nelle camere di sicurezza e neanche dopo 30 minuti sono entrati in 5, con manganelli, mi hanno detto di spogliarmi e appena ho eseguito l’ordine mi hanno dato addosso senza nessuna pietà” si legge nella missiva.

Insulti e aggressioni perché reduce da una rivolta. Poi lettere inviate ai familiari, dove denunciava quanto accaduto, che sarebbero state aperte dalla direzione del carcere e strappate dopo aver letto il contenuto. E ancora: “mi hanno costretto a bere l’acqua della fontana che non era potabile”.

Un inferno durato, per fortuna, pochi mesi. “Gabriele è uno che il carcere se l’è sempre fatto, da quando era minorenne” raccontano i suoi familiari. “Non è la galera il problema, lui andrebbe anche in Africa basta che non lo fanno tornare a Vibo Valentia” aggiungono. “Abbiamo paura perché dopo aver ingerito tre pillole una settimana fa, Gabriele minaccia di fare altrettanto quando gli comunicheranno di tornare in quell’inferno”.

QUESTO IL TESTO DELLA LETTERA INDIRIZZATA AL DAP DI ROMA

Io sottoscritto xxx yyy, nato a Napoli il xxxxx, attualmente ristretto presso la c/c di Secondigliano dichiaro l’intenzione di denunciare l’Istituto di Vibo Valentia per i motivi sotto scritti:
Dichiaro che fino al giugno 2020 mi trovavo nel carcere di Vibo ed ora sono a Secondigliano per motivo di “cause” ma poiché in quell’Istituto ho subito violenze fisiche e mentali, sono stato picchiato per giorni interi, poiché io ero stato trasferito là (Vibo) a seguito delle rivolte negli Istituti e appena sono arrivato lì all’ingresso c’era il Comandante con degli agenti ad aspettarci.
Una volta che siamo arrivati mi hanno messe nelle camere di sicurezza e neanche dopo 30 minuti sono entrati in 5, con manganelli, mi hanno detto di spogliarmi e appena ho eseguito l’ordine mi hanno dato addosso senza nessuna pietà.
Mi insultavano e mi picchiavano ed altri agenti ridevano delle botte che stavo prendendo. Mi hanno tenuto nudo per due ore e questo è andato avanti (si è ripetuto) per giorni interi.
Io ad un certo punto ho chiesto il divieto di incontro con tutto l’istituto ma, alla mia richiesta, mi hanno solo picchiato, dicendomi che dovevo soffrire come un cane.
Ho provato anche a parlare con l’area educativa, spiegando i motivi, ma mi hanno detto che gli agenti mi trattavano così perché venivo da una rivolta e mi dissero che poi, man mano, si sarebbero calmati.
In quell’Istituto me la sono vista brutta, ad un certo punto ho pensato anche che potevo essere ammazzato sotto una loro mazzata; io chiedevo di andare a visita medica ma non mi mandavano e mi dissero che il dirigente sanitario stava dalla loro parte perché parente di uno della DIA.
Poi io gli riferii che li denunciavo e loro trovarono una mia denuncia in una lettera, mi chiamarono giù, me la strapparono e mi gettarono il foglio in faccia.
L’8 settembre 2020 mi hanno portato in isolamento, mi hanno trattato come un animale, mi hanno fatto bere l’acqua della fontana che non è potabile e me ne sono sentito di tutti i colori.
Ed adesso che mi trovo qui (Secondigliano) ho trovato il coraggio di denunciare, ma la mia preoccupazione è quella che mi riportino lì (Vibo) dove sono stato picchiato senza motivo.