Ci guardano da lassù, girandoci silenziosamente sul capo. Non solo satelliti, ma anche parti di razzi lasciati in orbita nell’atmosfera o detriti abbandonati in orbita, che rappresentano la cosiddetta “spazzatura spaziale” che aumenta di mese in mese. Tanto che la stessa Esa (Agenzia Spaziale Europea) sta studiando soluzioni per ripulire lo spazio dai detriti presenti. Per esempio, l’utilizzo di un robot e un satellite che, simulando la rotazione del detrito da recuperare, lo aggancia e lo rilascia poi lungo una traiettoria che lo farà vaporizzare nell’atmosfera. Oppure una sorta di rete che viene lanciata, da una giusta distanza, verso il pezzo da intercettare, avvolgendolo con l’aiuto del movimento del detrito stesso.

Si calcola che in poco più di sessant’anni, dal lancio nello spazio dello Sputnik 1 da parte dell’allora Unione Sovietica, siano stati scagliati nello spazio circa 9mila satelliti di oltre 40 nazioni. A oggi quelli attivi sono circa 2mila, il che sta a significare che tutti gli altri sono ormai fuori uso e persistono in orbita assieme a pezzi di razzo e detriti di collisioni: circa 130 milioni di oggetti di dimensioni superiori al millimetro, che sommate raggiungono il peso di 8mila tonnellate totali. Può capitare che prima o poi qualcuno fra questi sfugga al controllo e cominci a entrare pericolosamente nella atmosfera terrestre, portano la minaccia sulle nostre teste? Qualcosa del genere è accaduto ultimamente con il razzo cinese Lunga Marcia che, dopo aver compiuto la sua missione, è stato lasciato rientrare sulla Terra in maniera incontrollata. I suoi detriti sono infine precipitati nell’Oceano Indiano in un’area a nord-ovest delle isole Maldive. Ma per alcuni giorni, in Europa, e soprattutto in Italia meridionale, che era sorvolata dal detrito, si è temuto per alcuni giorni il peggio. È possibile in futuro mantenere sotto controllo questi ordigni, al punto da indirizzarne la traiettoria? Sì se si adottano tecnologie come quelle che da alcuni anni si stanno sperimentando con successo in Campania, terra elettiva della storia della ricerca aerospaziale.

Può dare un contributo il progetto Mistral, concepito per effettuare esperimenti in microgravità in tempi brevi e a costi ridotti, con la possibilità di recuperare il paylod (carico utile). Finanziato dalla Campania e promosso dal Distretto aerospaziale della Campania (Dac), il programma è stato sviluppato da Telespazio con un progetto di carattere regionale e coinvolge, tra i vari partner, gran parte della filiera aerospaziale campana. Ed è proprio il suo sistema di aerofreno dispiegabile che può fungere da “ombrello frenante” di razzi e satelliti in caduta. Il sistema di bordo autonomamente modula l’apertura dello scudo termico per effettuare un controllo attivo della traiettoria per un rientro sicuro.

«Attraverso questo progetto di sviluppo tecnologico, guidato dall’ingegner Raimondo Fortezza di Telespazio, riusciremo a dimostrare – spiega il presidente del Distretto aerospaziale della Campania Luigi Carrino  – che la capsula con il sistema dispiegabile a ombrello ad apertura modulabile, grazie alla capacità del suo sistema di guida e controllo avanzato, decide autonomamente il grado di apertura e chiusura per percorrere la traiettoria che la capsula stessa ha definito e che lo porterà ad atterrare in un punto di recupero sicuro». Le implicazioni e le possibili ricadute commerciali sono molto importanti. Una tale tecnologia può essere impiegata anche in ottica “clean space”, ovvero per ridurre i detriti, supportando il rientro di sistemi spaziali a fine vita, anche perché non richiede sistemi di propulsione ma si basa sul rallentamento e decadimento aerodinamico controllato.

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.