“Mia nonna, a 96 anni, era lucidissima e discuteva di qualsiasi argomento: ogni giovedì acquistava la Settimana Enigmistica e per i sette giorni successivi teneva allenata la mente completando parole crociate, rebus e quiz”. Edoardo Fleischner, già docente di comunicazione crossmediale e autore di “Media e dintorni” su Radio Radicale, risponde con un aneddoto personale alla domanda se l’intelligenza artificiale possa liberare risorse a vantaggio della salute mentale. Dall’inizio della pandemia di Covid-19, quattro anni fa, un numero elevatissimo di persone ha chiesto aiuto per problemi legati alla salute mentale, tra cui depressione e ansia. E in tutto il mondo, il suicidio è oggi la quarta causa di morte tra i 15 e i 29 anni.

Alla nonna di Fleischner, un secolo fa, erano bastate le parole crociate per coltivare la propria “intelligenza naturale” ma la scienza spesso convalida l’esperienza empirica. Per esempio, “sulla demenza senile l’IA sta intervenendo in maniera massiccia: ci sono ricerche che sostengono che mezz’ora al giorno di videogiochi rappresenti una vera e propria ginnastica per la mente”. Esattamente come la settimana enigmistica della nonna. La realtà – dice lo studioso – è che “ci muoviamo su un terreno molto accidentato perché esplorare la salute mentale implica essere alle prese con un set di parole e di segni (compreso il linguaggio del corpo) che rappresentano altrettanti dati da interpretare per formulare una diagnosi”.

Insomma, non c’è semplicemente un osso da analizzare tramite radiografia. L’intelligenza artificiale per la diagnostica, spiega Fleischner, è uno “strumento che si sta affermando in modo assoluto per lo sviluppo di nuove terapie e di nuovi farmaci” perché, questa possibilità di avere a disposizione “non dieci ma un milione di radiografie che hanno la stessa macchietta bianca sul polmone sinistro, per l’oncologo che sta studiando la cartella di un paziente, fa differenza”. Una differenza abissale. Allo stesso modo, maggiore è la raccolta di casi di disagio mentale calati nel contesto sociale di riferimento e più sarà possibile ottenere dalle ricerche risposte utili.

Per esempio, argomenta Fleischner, “i disagi mentali a New York” saranno diversi da quelli di cui “soffrono in Sudan e avranno caratteristiche che li differenziano dai disturbi accusati da chi vive “nelle Pampas argentine che, ancora, sono sicuramente diversi dagli abitanti di Tokyo”. Non solo. “È vero che il contesto sociale di Napoli è decisamente diverso da New York, ma se studio una persona che soffre di un disagio mentale a New York e so che è proveniente da una famiglia di prima immigrazione napoletana, allora ho già una serie di dati a cui, poi, dovrò aggiungere quelli dell’impatto con la metropoli e con una nuova lingua come l’americano”.

È ovvio, sottolinea, che “più dati la tecnologia elabora, maggiore è il numero di ricerche di cui riesce ad alimentarsi e più elevato sarà il numero di domande che farò e che avranno risposte interessanti e utili”. Si dovrebbe pensare l’IA come “strumento di raccolta massima di dati” e, d’altra parte, tutta questa mole di dati ha fatto radicalmente aumentare la percentuale di diagnosi corrette: “L’80% degli accertamenti svolti da medici contro il 98% di diagnosi formulate dall’IA”. Ed ecco il futuro a cui ci si prepara da tempo: “Le intelligenze artificiali saranno multiple – conclude – Le piattaforme saranno multiple, sempre più specializzate”. Ed è bene che sia così per ottenere risposte sempre più accurate. Il boom mediatico ottenuto da ChatGPT – finanziata da Microsoft con 10 miliardi di dollari – è aver puntato tutto su quella che si chiama “intelligenza artificiale generativa” che genera appunto un discorso con un linguaggio naturale: finalmente si è potuta avere un’interlocuzione “come se” si parlasse con un altro essere umano.

“Si voleva fare e si è fatto il chatbot perfetto: a una richiesta vocale si riceve una risposta sia scritta che vocale, con un linguaggio assolutamente naturale”. Certo, magari non sostituirà lo psicologo però aiuta moltissimo, per esempio, nelle diagnosi di sindromi molto semplici. Il prossimo passo che Fleischner prefigura anche sulla base delle tante sperimentazioni già realizzate è quello della salute mentale “affidata anche ad avatar: terapeuti umanoidi, modelli a tre dimensioni creati dal computer e dall’intelligenza artificiale. Che ci rispondono, ci guardano e riescono a leggere la nostra espressione del viso attraverso la telecamera, in forza di un database che raccoglie centinaia di pareri esperti e milioni di dati. Ma non abbiano paura i medici, senza di loro niente avatar!”, chiosa. Anzi, ai più giovani il terapeuta-avatar ricorderà un po’ i videogiochi: in questo modo non sembrerà così strano parlare con lui/lei dei loro problemi. Si fideranno “come se” fosse umano e, con i dati giusti, si avranno meno margini di errore. Il futuro.

Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro in Fondazione Luigi Einaudi