E poi c’era lui, Rocco Di Blasi. Un tipo fantastico. Già, molti di voi, magari, non lo hanno mai conosciuto. Non hanno mai conosciuto, voglio dire, la sua firma. Purtroppo il giornalismo è così. Se uno ci mette l’anima, e il pensiero, e l’onestà, e il talento, e l’indipendenza, e se è bravo davvero, è facile che non diventi famosissimo. Il giornalismo è un mestiere per gente semplice e aggressiva. Scarpe grosse. Il cervello fino non serve.

Rocco invece aveva il cervello finissimo. Non era affatto semplice, anzi era complicatissimo, ed era mite. Voleva ragionare. Trovava la notizia, perché il nostro mestiere è quello, e lui preferiva trovarla in proprio piuttosto che farsela passare con la velina. E poi leggeva, studiava, produceva pensiero. Alla fine scriveva: benissimo. Era molto apprezzato, allora. Ma erano altri tempi. All’Unità Rocco era un numero uno. Negli anni Ottanta e Novanta, e anche prima. Perché allora, per fare i giornali, c’era bisogno di idee, di guizzi, di cambi di direzione, di provocazioni intellettuali. E di sapere. La riunione di redazione era fondamentale. E in riunione Rocco era indispensabile, era un motore. Ai tempi – dico – di Alfredo Reichlin, di Macaluso, di Chiaromonte, di D’Alema. Non riuscivi neppure a impostarlo il giornale se prima non discutevi e ti spaccavi le corna.

Rocco veniva da Napoli, e prima ancora da Salerno. A Napoli c’era una redazione locale dell’Unità, che ogni giorno produceva quattro pagine di cronaca. Quando lo ho conosciuto, lui era il capo di Napoli, e aveva messo su un gruppo di ragazzi molto svegli. Qualche nome? Antonio Polito, Marco De Marco, Franco di Mare, Gigi Vicinanza, Federico Geremicca, Maddalena Tulanti, Marcella Ciarnelli, Vito Faenza. Erano una squadra formidabile che poi si trasferì quasi tutta a Roma e diventò l’ossatura del giornale nazionale, insieme a noi della cronaca romana. Di tutti questi giovani Rocco era certamente il migliore. Si dice sempre così? Beh, stavolta è vero. Il più colto, la penna più scorrevole, l’analista più profondo. Gli piaceva la politica, gli piaceva molto.

Però sapeva distinguere tra giornale e politica. E fu proprio lui tra i leader della battaglia che combattemmo insieme, in quegli anni, e cioè la lotta per l’indipendenza del giornalismo. Noi dicevamo: l’Autonomia. Lavoravamo in un giornale di partito, anzi del più grande, strutturato, potente e monolitico partito d’Europa. Il vecchio Pci. Però noi pretendevamo autonomia, e ci battevamo con tutta l’anima, anche contro Botteghe Oscure, per conquistarla. Dicevamo: siamo giornalisti e comunisti, non giornalisti comunisti. Rocco era lì. È lì che è cresciuto. È stato per molti anni tra i quattro o cinque che facevano l’Unità, dalla mattina presto (beh, non tanto presto…) quando si pensava il numero del giorno dopo, fino alle quattro di mattina a chiuderla in tipografia, col piombo, il fumo, e col “roscio”, il tipografo più bravo, che quasi sempre correggeva tutti i nostri errori.

La vincemmo la nostra battaglia per l’autonomia? No, la perdemmo. Fummo sconfitti e dispersi. Rocco andò a dirigere Salvagente, altra idea geniale, uno dei primi settimanali per i consumatori. Lo aveva progettato Carlo Ricchini, uno dei Grandi Vecchi dell’Unità. La critica del capitalismo che non partiva più dal produttore ma dal prodotto. Dopo la grande sconfitta ci siamo persi di vista. Solo qualche telefonata. Ma voi non sapete quante volte, al momento di mie scelte professionali importanti, mi è venuta voglia di telefonargli per farmi dire una cosa da lui. Solo che avrei dovuto restare tre ore al telefono.

Rocco era un chiacchierone, anche un utopista, mancava, forse, di concretezza. E così non gli telefonavo. E ora che ho saputo che è morto, ed è morto perché si era rotto una gamba, cioè sempre per quel suo difetto maledetto che era la distrazione esistenziale, mi chiedo perché Rocco non ha avuto un clamoroso successo nel suo mestiere, visto che era sicuramente uno dei più bravi della sua generazione. Una risposta ce l’avrei: lui era un intellettuale e un giornalista vero. L’Italia non è un paese per giornalisti veri.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.