Dall’esperienza degli ultimi due anni dovremmo imparare a ripensare gli spazi e i rapporti in modo completamente nuovo. Direzionarci verso una nuova ecologia, anche per quanto riguarda il mondo artistico. Su questo ci spinge a riflettere una compagnia teatrale Archiviozeta, fondata da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti nel 1999.

Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, attori e produttori indipendenti, non si ritrovano con il tipo di teatro perpetrato dalla cultura italiana, troppo spesso ancorato a modelli ormai lontani da noi che, come “figli del nostro tempo”, dovremmo saper riformulare. In questo senso, la compagnia teatrale crede in un teatro più aperto alla relazione tra essere umano e ambiente.

Prendendo atto dell’emergenza ambientale che siamo chiamati ad affrontare, nella speranza di un cambio di rotta decisivo – verso un rapporto più sano e sostenibile con il paesaggio di cui siamo parte -, la compagnia propone una performance itinerante che si pone come una vera e propria provocazione. Sabato 16 e domenica 17 ottobre Archiviozeta sarà ospite al festival Periferico di Modena che, curato dal Collettivo Amigdala, ogni anno tesse una trama di arti performative site-specific. Musica, architettura, design, arte e teatro rientrano pienamente in questo reticolo che abbraccia il pubblico e i luoghi. In questa occasione sarà presentato il nuovo progetto “A misura d’albero”, che si terrà presso il Parco di Bosco Albergati, bosco di pianura progettato nel 1990 dall’architetto Cesare Leonardi.

Quello dei due attori-autori sarà un esperimento di TRA – Teatro Reticolare Acentrato liberamente ispirato al poema di Claudio Damiani “Ninfale” e alle teorie dell’architetto Leonardi. Gli spettatori potranno vivere un’esperienza di pluri-ascolto in movimento: le parole recitate, i suoni dell’ambiente circostante, i cambiamenti di percezione dovuti agli spostamenti.

Con Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti abbiamo cercato di capire come la rappresentazione teatrale possa condurci verso un nuovo pensiero inclusivo e rispettoso del paesaggio che abitiamo.

Dagli albori di Archiviozeta, fondata nel 1999, avete portato in scene non convenzionalmente teatrali innumerevoli drammaturgie classiche e contemporanee. Pensiamo al Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa. La scelta del luogo pregno di Storia è importante per mantenere viva la memoria?

Noi le chiamiamo “scenografie di senso”. Lavoriamo in spazi che di volta in volta scegliamo in relazione alle drammaturgie. Lo spazio anzi è drammaturgia. Il cimitero militare germanico del passo della Futa è da vent’anni il nostro Teatro di Marte, come lo definiamo citando Karl Kraus. Un pezzo di Berlino sull’Appennino tosco-emiliano. Il coro silenzioso dei corpi dei vinti, dei nemici, ci suggerisce ogni volta la direzione da prendere sia a livello estetico – una geometria, un controluce – che etico e drammatico. Avevamo bisogno di un luogo tragico per la nostra riflessione artistica. Di un luogo tragico, pregno di storia ma anche di un progetto architettonico molto importante, in questo caso a cura di Dieter Oesterlen.

E così abbiamo iniziato a collaborare con festival e teatri sempre ribaltando il punto di vista sullo spazio. Per esempio a Volterra Teatro abbiamo lavorato in una salina ancora in attività disegnata da Pier Luigi Nervi oppure per il Festival Periferico lo scorso anno abbiamo fatto Requiem Antigone nel cimitero di San Cataldo a Modena, nella meravigliosa zona costruita da Aldo Rossi. È come se ogni volta costruissimo dei set e chiedessimo agli spettatori di essere presenti e costruire ciascuno il proprio film.

Per Archiviozeta fare teatro è un atto politico?

Sì per noi il teatro è politico, nel senso greco del termine. Cerchiamo di coinvolgere la polis nel nostro lavoro. Ma cercando sempre di fuggire la retorica dell’impegno (o del disimpegno) e la pericolosa attualizzazione.

Potremmo dire che ogni nostro atto quotidiano è politico, di conseguenza il teatro, come afferma Hannah Arendt in “Vita activa”, è il luogo della politica per eccellenza perché ci precipita nel mondo delle relazioni.

Come avviene la scelta dell’opera da rappresentare in un determinato luogo? Ad esempio, Parco di Bosco Albergati, in occasione del festival modenese Periferico, diventerà grazie alla vostra presenza e alla presenza di spettatori un vero e proprio théatron, sarà una performance itinerante dove porterete in scena una drammaturgia tratta dal poema “Ninfale” di Claudio Damiani.

La scelta di Bosco Albergati nasce da un dialogo con il festival Periferico e il Collettivo Amigdala. Abbiamo imparato a conoscere e amare Cesare Leonardi e Franca Stagi proprio nel loro spazio modenese Ovestlab. Questo bosco in realtà è un’opera architettonica molto interessante perché ci pone sul confine tra cultura e natura. La struttura disegnata da Leonardi propone una riflessione sul nostro modo di abitare, di muoverci, di attraversare lo spazio urbano e quello verde. Allo stesso tempo è un’opera rivoluzionaria perché piantare un bosco in mezzo al nulla ha qualcosa di utopico e visionario. Essere riusciti a realizzarlo è già un atto politico oltreché simbolico.

Oggi dovremmo prendere esempio da questo bosco e chiedere alla politica di moltiplicare il gesto architettonico di Cesare Leonardi per contenere i danni da noi prodotti. Il testo del poeta Claudio Damiani lo conoscevamo già perché lo avevamo utilizzato come materiale per il laboratorio che da dieci anni teniamo nel reparto di Ginecologia Oncologica al Policlinico Sant’Orsola di Bologna. È un testo in cui i personaggi sono alberi parlanti, o meglio ninfe-albero. È stato quindi naturale che decidessimo di metterlo in scena in questo luogo. Damiani, come Lucrezio o Ovidio, è un poeta che ama la natura e parla del cosmo e del nulla, della natura delle cose, della bellezza e della caducità delle creature.

In questa occasione il pubblico assumerà un ruolo particolare per la rappresentazione. Possiamo parlare di Teatro Reticolare Acentrato, quindi TRA teatro, di cosa si tratta?

Abbiamo giocato su questo acronimo. Leonardi parlava di SRA cioè Struttura Reticolare Acentrata. Il nostro sarà un esperimento di TRA cioè Teatro Reticolare Acentrato. TRA è anche una bella preposizione che significa relazione, congiunzione. Il pubblico quindi si sposta nel bosco ascoltando la partitura sonora ed è come un gregge che attraversa la radura e sosta in ascolto e in contemplazione degli alberi.

“A misura d’albero” appunto, cercando di cambiare punto di vista. Essere acentrati è proprio in questo sguardo non assuefatto, in questo ascolto non disinvolto.

Nei vostri oltre vent’anni di esperienza come compagnia teatrale avete vissuto periodi di incertezza simili all’emergenza sanitaria in corso? Dall’arrivo del covid-19 è cambiato il lavoro dell’attore e se sì come?

No, in questi vent’anni non abbiamo mai vissuto una esperienza simile, è stato così per tutti. Ma il nostro lavoro non è cambiato. Abbiamo continuato a studiare, a prenderci i tempi lunghi della riflessione. Ci è mancato essere spettatori, noi andiamo molto a teatro, al cinema, alle mostre. Ma a livello lavorativo eravamo ospitati poco nei teatri tradizionali prima, adesso ancor meno. Questo non ci ha mai scoraggiato. Abbiamo sempre creduto nel nostro impegno quotidiano e abbiamo sempre continuato a lavorare anche durante le quarantene. Ci sentiamo un po’ come dei contadini: lavoriamo la terra e quindi ci dobbiamo mettere in relazione al vento, al sole, all’acqua, cercando di lavorare con la luce naturale e senza amplificazione.

Avendo sperimentato in prima persona le restrizioni che nei lunghi mesi passati hanno limitato fortemente il flusso teatrale, gli stessi mesi in cui abbiamo sperato in un cambio di rotta da parte di tutti gli esseri umani verso una presa di coscienza “verde”, quali sono le vostre considerazioni in questo momento di piena ripartenza culturale? Cosa è cambiato e cosa dovrebbe ancora cambiare?

Purtroppo non è cambiato niente. Durante le quarantene il teatro è stato vietato (le messe no!) e ci sono state restrizioni di ogni genere, molto spesso motivate ma altre volte anche irrazionali. La questione è urgente: cogliere un’opportunità, ripensare i modelli, i metodi, gli spazi. Invece si è preferito sospendere tutto, poi si è militarizzato e distanziato, senza capire che sarebbe stato il tempo di rivedere e ribaltare lo spazio scenico tradizionale, che ormai ci sembra inadeguato. Adesso che le cose stanno tornando alla normalità, come se nulla fosse accaduto, gli esercenti e le istituzioni si vantano di poter tornare al 100%. Noi crediamo che lo spazio teatrale attuale (quasi sempre basato su modelli ottocenteschi) sia totalmente inadeguato ad accogliere il teatro di domani che dovrà per forza di cose confrontarsi con una nuova architettura, nuove idee.

Carolina Casali