Lo scorso venerdì il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha deciso, per decreto, di convertire la basilica di Santa Sofia, a Istanbul, in moschea. La decisione è arrivata dopo che il Consiglio di Stato, il più alto tribunale amministrativo della Turchia, aveva dichiarato illegittima la decisione con cui nel 1934 il primo presidente turco, Mustafa Kemal Atatürk, aveva trasformato Santa Sofia in un museo. La decisione di Erdoğan ha assunto in brevissimo tempo un alto valore simbolico, sia per i sostenitori che per gli oppositori, diventando argomento politico internazionale e coinvolgendo perfino il Papa che si è detto pubblicamente “addolorato” per ciò che la decisione del premier turco significa nel percorso di dialogo interreligioso tra islamismo e cattolicesimo.

Molti osservatori politici vedono nella mossa di Erdoğan una svolta all’ottomanismo che vuole recuperare la tradizione e la cultura dell’Impero Ottomano, durato dal Trecento all’inizio del Novecento, quando nel 1453 il sultano Maometto II conquistò Costantinopoli rendendola capitale. Molti sottolineano anche come la scelta su Santa Sofia rispecchi perfettamente la volontà di volere chiudere con quel passato di governo laico che fu di Atatürk per tornare piuttosto a un nazionalismo religioso che possa permettere a Erdoğan di ricompattare la propria base elettorale (pericolosamente in discesa in questi ultimi mesi e ulteriormente compromessa dalla crisi Covid) con il solito nazionalismo del “noi contro tutti”. È indicativo la risposta del premier turco alle critiche di questi giorni: «Siete voi che amministrate la Turchia o no? La Turchia ha le sue istituzioni», ha detto Erdoğan al resto del mondo, con il solito giochetto del sovranismo di quest’epoca in cui gli altri sono il male, coloro da cui difendersi a spada tratta e qualsiasi decisione non può essere dibattuta in nome di un’autonomia che significa più impunità e deresponsabilizzazione.

Lo scontro comunque si è acceso: pezzi della comunità internazionale, il Vaticano, diverse associazioni e ovviamente gli islamofobi più appuntiti ci avvisano che riconversione di una basilica sostanzialmente dovrebbe essere l’inizio della fine del mondo per l’Europa occidentale, l’avvisaglia di un tentativo di conquista che incombe su di noi nei prossimi anni. Perfino Salvini ha deciso di manifestare di fronte all’ambasciata turca per difendere i “valori cristiani” e per protestare contro quello stesso Erdoğan che fino a poco tempo fa era il suo fiero amico da portarci come esempio. E qui sta il tilt. Anzi, il doppio tilt: i sovranisti di casa nostra ora si ribellano contro il sovranismo degli altri (eh, già, finisce sempre così) contestando a Erdoğan una decisione che rispetta comunque le leggi turche e che rientra in quel “ognuno per sé” che loro stessi professano; poi ci sono i pezzi di mondo che si accorgono, per un basilica, di ciò che hanno sottovalutato e su cui hanno taciuto per anni come se Erdoğan fosse quello che è solo per una riconversione religiosa e non per tutti i diritti calpestati in tutti questi anni.

D’accordo, il caso di Santa Sofia è complesso e importante ma non sono importanti gli arresti contro gli oppositori politici di tutti questi anni? Non conta che Erdoğan sia in carica da 18 anni e fino al prossimo 2023 e abbia aumentato le misure repressive contro l’opposizione e la stampa sfruttando lo stato di emergenza proclamato in nome della pandemia? Nessuno davvero ha niente da dire sui tre parlamentari dell’opposizione e i due giornalisti recentemente arrestati con l’accusa di spionaggio e terrorismo? Niente da dire sui quattro attivisti per i diritti umani (tra cui due di Amnesty International) condannati da due a sei anni di carcere? Le leggi omofobe di questi mesi? Il segreto di Stato usato come scudo su importanti appalti pubblici? Niente di tutto questo: Erdoğan usa Santa Sofia come paravento e tutti lo seguono nel suo trucco come se ciò che accade non sia qualcosa che viene da molto lontano e su cui tutti hanno taciuto. E ancora una volta la narrazione la tiene in mano lui.