Giustizia
Forniture Asp di Reggio Calabria: sei assoluzioni, crolla l’accusa sul coinvolgimento dei Piromalli
Cinque anni fa la Dda reggina chiese e ottenne l’arresto di 13 persone. Imprenditori, medici e dirigenti finirono nel mirino, ma ora arriva la verità. L’accusa di associazione mafiosa? Respinta. Il concorso esterno? Inesistente
Le mani della cosca Piromalli sull’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria. Suonava così l’accusa della Dda reggina che cinque anni fa, nell’ambito dell’inchiesta “Chirone”, chiese e ottenne l’arresto di 13 persone, fra cui imprenditori, medici e dirigenti. Poi, pochi giorni fa, l’epilogo: tutti assolti (una sola condanna per un reato fine), l’accusa di associazione mafiosa respinta, il concorso esterno giudicato inesistente. Con un particolare drammatico: fra gli arrestati per aver agevolato i Piromalli, e assolto, c’è anche Enzo Riefolo, ex testimone di giustizia finito sotto scorta proprio per aver denunciato lo stesso clan, contribuendo all’arresto di alcuni di loro. Rimasto in carcere per più di un anno e mezzo, Riefolo è stato rimesso in libertà nell’ottobre del 2022 solo per gravi motivi di salute.
L’inchiesta prende le mosse il 23 marzo 2021, giorno in cui scattano gli arresti. La Dda, allora guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, mirava al ramo del clan guidato da Pino Piromalli, alias “Facciazza”, che avrebbe stretto rapporti con due medici, Giuseppantonio e Francesco Michele Tripodi (morti nel 2018), con incarichi nelle Aziende sanitarie del reggino e Tropea. Il secondo era genero di “Don Mommo” Piromalli, capo supremo della Piana, e suo figlio, l’imprenditore Fabiano Tripodi, per la Dda era la figura centrale dell’assetto criminale. Secondo gli inquirenti, infatti, attraverso le società riconducibili ai Tripodi, i Piromalli si sarebbero aggiudicati appalti di fornitura all’Asp tramite l’affidamento diretto e un sistema di corruttela basato su mazzette e regalie varie. Per volontà dei medici Tripodi, inoltre, sarebbero state alterate le procedure per la nomina del direttore del distretto Tirrenico dell’Asp di Reggio Calabria, Salvatore Barillaro, attraverso il quale gli stessi Tripodi avrebbero controllato lo stesso distretto sanitario.
Lo scenario disegnato dalla Dda, però, comincia a cedere già un anno dopo, quando il 14 aprile del 2022, nel processo celebrato col rito abbreviato, il Gup assolve il ginecologo Antonino Coco, accusato di concorso esterno e traffico di influenze, e assolve, perché il fatto non sussiste, l’ex primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Polistena, Domenico Salvatore Forte, e lo stesso Barillaro, entrambi accusati di concorso esterno (per tutti e tre è stata la stessa procura a sollecitare l’assoluzione). Forte, inoltre, viene assolto per non aver commesso il fatto anche dall’accusa di corruzione aggravata. Assolto dalla stessa accusa anche il caposala della Terapia intensiva dell’ospedale di Polistena, Giuseppe Antonio Romeo.
L’unica condanna per corruzione, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa, riguardava il responsabile della farmacia degli ospedali di Melito Porto Salvo e Gioia Tauro, Santo Cuzzocrea (che sarà assolto in appello perché il fatto non sussiste). Due anni dopo, nel luglio 2024, il primo grado del processo ordinario, davanti al Tribunale di Palmi, si conclude con sei assolti e sei condannati. Per tutti, però, cade l’aggravante mafiosa. Fra gli assolti il principale imputato, Fabiano Tripodi (la Dda aveva chiesto 16 anni), il direttore delle farmacie dell’Asp, Giuseppe Fiumanò, accusato di concorso esterno, e la funzionaria dell’Asp Francesca Grazia Laface, che doveva rispondere di corruzione. Fra i sei condannati per i reati fine c’è anche l’ex testimone di giustizia Riefolo. Di fronte alla mancata tenuta dell’impianto accusatorio, la Dda rinuncia a contestare le aggravanti mafiose.
Pochi giorni fa, la sentenza d’appello: assolti tutti gli imputati (una sola condanna, 2 anni e 8 mesi, per un reato fine), compresi Tripodi e Riefolo. Per l’avvocato Guido Contestabile, difensore dell’ex testimone di giustizia, “il dramma sta sì nella carcerazione degli innocenti, ma anche nel rafforzamento del preconcetto che denunciare non serve a nulla”. Come definire, del resto, sottolinea il legale, “ciò che è accaduto a Enzo Riefolo, che da testimone di giustizia con scorta è stato accusato di collusione con la stessa cosca che aveva denunciato negli anni novanta? E con quali parole spiegare a lui, a Fabiano Tripodi, così come a Nino e Franco Madaffari, anche loro arrestati e assolti, che gli anni di carcere sono passati invano, fino a che la magistratura non ha mostrato il suo volto migliore?”. Ma soprattutto, chiosa l’avvocato, “come negare il senso di miserabile superiorità che il mafioso di turno ha provato nei confronti di chi, dopo aver denunciato la mafia, ad essa è stato associato e con essa è stato carcerato?”.
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