Prima di iniziare questa intervista, l’avvocato Giorgio Carta, fra i maggiori esperti di diritto penale militare, tiene a chiarire il senso del nuovo incarico: «Il Dipartimento sicurezza, immigrazione e relazioni con le Forze dell’ordine persegue un obiettivo preciso: consentire a chi indossa una divisa di svolgere il proprio lavoro con serenità, ovviamente nel pieno rispetto della legge. È un tema che è nel Dna di un partito fondato da un generale, ma questo non significa una difesa incondizionata delle Forze di polizia. Significa garantire loro regole certe ed efficacia operativa».

Avvocato Carta, da dove bisogna partire?
«Da una domanda molto semplice: l’Italia è un Paese nel quale un poliziotto può fare serenamente il proprio lavoro? Credo che questa sia la vera questione. Se un agente ogni volta che interviene deve temere ciò che potrà accadere dopo sul piano giudiziario, qualcosa evidentemente non funziona e la sicurezza vacilla».

Lei sostiene che il problema sia soprattutto normativo?

«Prevalentemente, ma non solo. In Italia manca una cultura rispettosa dell’articolo 53 del codice penale, quello che legittima l’uso della forza, delle armi e degli altri mezzi di coazione fisica da parte del pubblico ufficiale. La norma c’è, ma non offre quella chiarezza che sarebbe necessaria a chi opera quotidianamente sul territorio. Servono regole d’ingaggio precise e preventive, accompagnate da protocolli operativi chiari. Un agente deve sapere esattamente quali sono i limiti entro cui può muoversi e deve poter confidare che il rispetto di quelle regole lo preserverà da ogni conseguenza giudiziaria».

Oggi, invece, cosa accade?

«Accade che molti debbano temere di intervenire efficacemente. I recenti fatti di cronaca lo dimostrano. È innegabile il timore di effettuare un inseguimento per le possibili conseguenze processuali che potrebbero derivarne. Non chiediamo impunità, ma solo di evitare che il timore del possibile strascico giudiziario condizioni l’azione operativa».

Anche la giurisprudenza contribuisce a questa incertezza?

«Le sentenze non offrono un quadro interpretativo univoco. E quando manca la prevedibilità degli effetti giuridici, cresce inevitabilmente l’esitazione».

Spesso richiama il caso Carminati. Perché?

«Ricordo solo quando Massimo Carminati, ferito a un occhio durante il suo arresto negli anni 80, dichiarò di non essersi costituito parte civile nei confronti degli agenti ammettendo che la polizia deve sparare ai malviventi. Lo vedo come una sorta di onesto riconoscimento delle regole del gioco. Oggi quella mentalità è cambiata e, sempre più frequentemente, chi delinque accampa diritti e attiva ogni possibile strumento processuale contro le Forze dell’ordine anche quando è nel torto».

L’Italia rischia di diventare «il paradiso del delinquente»?

«È una provocazione, ma rende l’idea. Se confrontiamo il nostro sistema con quello di altri Paesi occidentali, vediamo che all’estero le Forze di polizia dispongono di strumenti più incisivi e di regole operative più risolute senza che nessuno protesti. Da noi, invece, spesso prevale la paura di sbagliare».

Come giudica i recenti decreti Sicurezza?

«Parlo anche da ex elettore di Giorgia Meloni. I provvedimenti adottati nel 2025 e nel 2026 avevano scopi condivisibili. Sono un passo avanti, ma ancora insufficiente. Ritengo che si sarebbe potuto fare di più. Proverà a farlo Vannacci e Futuro Nazionale».

Molti parlano di «scudo penale». È la definizione corretta?

«No. Parlare di scudo penale per il decreto Sicurezza del 2026 è tecnicamente sbagliato. Al massimo è uno scudo processuale, ma forse nemmeno quello. Io non sono contrario agli atti dovuti e non penso che le Forze di polizia debbano essere sottratte ai controlli della magistratura. Bisogna però intervenire sul diritto sostanziale, definendo in modo chiaro quando una determinata condotta è lecita. Un po’ come avvenne per i sanitari durante il periodo del Covid».

Qual è la vostra proposta?

«Vorremmo introdurre regole d’ingaggio chiare, come per i militari impegnati nelle missioni internazionali. Chi opera rispettando quelle regole deve avere la certezza che il suo comportamento non sarà punibile. È una proposta sulla quale il Dipartimento lavorerà con decisione».

Negli ultimi mesi diversi episodi hanno coinvolto appartenenti alle Forze di polizia. Penso al caso recente del poliziotto a Torino, sospeso per un anno per il ferimento di un tifoso durante il derby. Come li valuta?

«Senza conoscere gli atti processuali non posso giudicare l’operato di un magistrato. Sarebbe un grave errore. Più in generale, non bisogna mai contrapporsi ad un altro potere dello Stato. La politica seria non delegittima i giudici come categoria, ma si interroga se le norme siano sufficientemente strutturate per evitare interpretazioni troppo divergenti».

Questo vale anche nei confronti della magistratura? Pensa che ci sia un «pregiudizio» negativo nei confronti delle Forze di polizia da parte dei magistrati?

«Non saremo mai un partito anti giudici. La grandissima maggioranza dei magistrati svolge il proprio lavoro con equilibrio e professionalità. Al G8 di Genova, di cui in questi giorni ricorre il 25esimo anniversario, vi furono anche eccessi, inutile negarlo, ma le responsabilità furono personali, non certo dell’intera categoria delle Forze dell’ordine. Lo stesso principio vale per la magistratura. Non si possono trasformare le pronunce che non condividiamo in giudizi collettivi. Le istituzioni si rafforzano migliorando le regole, non contrapponendo un potere dello Stato all’altro».

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere