«Seguimi, svelto, oggi ti faccio fare uno scoop». Mi disse così, e iniziò a camminare velocissimo per i corridoi di Montecitorio, poi nei sottoscala, apriva porte e svicolava a destra e a sinistra. Alla fine si voltò di nuovo verso di me: «Dai, entra e sbarra la porta: da questo momento non un fiato, prendi appunti e taci». Eravamo finiti in uno sgabuzzino pieno di scope, stracci, secchi per lavare per terra. C’era puzza di lysoform. Lo stanzino confinava con il retro dell’auletta dei gruppi, o almeno all’epoca si chiamava così. Era una sala nella quale i gruppi parlamentari spesso tenevano le loro assemblee. Quel pomeriggio c’era l’assemblea del gruppo socialista. Ascoltammo tutto. Quattro ore filate. Al buio, senz’aria. Manca poco che soffochiamo. Dieci pagine fitte fitte di appunti.
Il signore che mi aveva promesso lo scoop era Giampaolo Pansa. Io ero un ragazzetto e da tre mesi facevo il cronista parlamentare per l’Unità, anche se non ero ancora assunto. Pansa era già Pansa, aveva 43 anni ed era una firma di primissimo piano del giornalismo italiano. Era quello di Piazza Fontana, quello della Lockheed, quello dell’intervista a Berlinguer che parlando con lui aveva mollato l’Urss e aveva aperto la strada all’ingresso del Pci in maggioranza.

Sto parlando dell’estate 1978. Luglio direi. Erano passati appena due mesi dalla morte di Moro e pochi giorni dalle dimissioni del Presidente della Repubblica Leone, incalzato, ingiustamente, dai radicali e dall’Espresso. Il Psi di Craxi si era intestardito a candidare al Quirinale Antonio Giolitti, ma Pci e Dc facevano blocco contro. La Dc perché Giolitti era troppo di sinistra, il Pci perché era un ex comunista, uno che aveva voltato le spalle a Togliatti. Lui al Quirinale era uno schiaffo. Dc e Pci volevano Pertini, meno impegnato nelle lotte tra le correnti dei partiti. E quel giorno, all’assemblea del Psi, Craxi – a sorpresa – disse ai suoi di prepararsi ad accettare Pertini. Allora le riunioni politiche erano segrete davvero. E la notizia restò riservata. Ma solo fino alla mattina seguente, quando l’Unità e Repubblica uscirono con il resoconto dell’assemblea e anticiparono la decisione dei socialisti. Il giorno dopo, se non sbaglio, Pertini fu eletto. Pansa, al solito, aveva fregato tutti. E mi aveva fatto questo regalo di coinvolgere anche me, chissà perché.

Oggi può sembrare un episodio minore. Allora no. Non esisteva un solo giornalista politico che poteva immaginare di nascondersi nello sgabuzzino delle scope per carpire una notizia. I giornalisti politici erano persone molto serie e compassate, indossavano il cappotto, parlavano lentamente, partecipavano a dei convegni, e le notizie le ricevevano solo e direttamente dai politici o dai loro uffici stampa. Poi le scrivevano, spesso in modo un po’ pomposo, arzigogolato. Il notista politico bravo era quello che le notizie le aveva tutte ma le scriveva in forma tale che solo i più avvertiti le potevano capire. Anche gli editorialisti erano così. Nel Pci, la prima cosa che ti insegnavano è come si legge un editoriale. In un editoriale c’erano tanti messaggi criptati, i militanti più bravi li capivano e li spiegavano agli altri, e crescevano nella loro considerazione.

Pansa inventò il giornalismo politico duepuntozero, diremmo oggi. Entrò con tutti e due i piedi nel piatto della politica. E i vecchi lo guardano un po’ inorriditi. Avrebbero voluto cacciarlo via a calci nel sedere, il problema è che scriveva troppo bene per essere cacciato. Iniziò a scrivere le cose che vedeva, a sbirciare ai congressi con il cannocchiale, a svelare i segreti, a raccontare, raccontare, raccontare, senza chiedere imbeccate o autorizzazioni. Aveva solo due punti fermi: scrivere bene ed essere sempre indipendenti. Fu anche molto coraggioso, Pansa. Negli anni del terrorismo non tutti i giornalisti erano coraggiosi. Me ne ricordo due: Pansa e Tobagi. Tobagi lo fecero fuori con la mitraglietta. Pansa fu condannato a morte ma poi ci furono dei contrattempi e si salvò per miracolo.