C’è un articolo della nostra Costituzione, l’articolo numero 27, che ha una particolare importanza nell’impianto generale dello stato di diritto. Perché contiene non solo una direttiva, ma un principio generale, che nasce dallo spirito della nostra civiltà cristiana e illuminista. Per usare una parola greca, molto conosciuta, questo principio è il logos della civiltà moderna. L’articolo numero 27 fu scritto parola per parola da personaggi fondamentali nella storia della repubblica. Quelli che si chiamano i padri costituenti. De Gasperi, Togliatti, Nenni, Pertini, Saragat, Pajetta, Gullo, Calamandrei. Alcuni di loro avevano conosciuto la prigione durante il fascismo. Qualcuno l’aveva conosciuta anche molto bene: l’aveva potuta studiare da dentro per oltre dieci anni.

Dice così, quell’articolo della Costituzione (al terzo comma): “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

L’altra sera la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha annunciato un disegno di legge per la modifica di questo articolo. La ragione immediata è impedire che la Corte Costituzionale, in assenza di iniziativa del parlamento, alla scadenza del mese di maggio renda definitivo il divieto dell’ergastolo ostativo. La ragione più generale è quella di rilanciare in Italia una politica punizionista, dove il carcere assuma un ruolo centrale nei rapporti tra legge e società, e che chiuda il periodo lungo e contrastato iniziato circa 50 anni fa e sempre caratterizzato da una lotta tra liberali e reazionari sul fronte della politica carceraria. È stata una lotta piena di colpi e contraccolpi, dalle leggi liberali volute da Mario Gozzini (parlamentare di sinistra, cattolico), alle leggi di segno opposto, quelle dell’emergenza, volute dalla magistratura (spesso dalla sinistra della magistratura), dai provvedimenti per alleggerire il sovraffollamento delle carceri e per esaltare le pene alternative, ai ritorni di fiamma “sbirreschi” come quelli recenti del governo gialloverde e del ministro Bonafede, e poi ancora, negli anni novanta, alla sollevazione della magistratura contro il famoso decreto Biondi (che limitava la carcerazione preventiva) e al varo delle varie pene ostative, fino all’ergastolo, e al 41 bis.

In sintesi, la questione è questa. Al momento in Italia esiste l’ergastolo ostativo, che anche molti magistrati chiamano carcere duro. E poi esiste il 41 bis che è un articolo del regolamento carcerario. Ergastolo ostativo vuol dire che devi restare in prigione sempre, senza permessi e comunque finché non muori. Non è possibile nessuna liberazione anticipata. Il 41 bis invece è applicato con intensità diverse e giunge fino a regimi medievali. Il condannato (o anche il detenuto in attesa di giudizio e sospettato di reati di tipo mafioso) è isolato, non può vedere la Tv, non può parlare con nessuno, non incontra mai gli altri prigionieri, non può cucinare, non può ricevere regali e aiuti da fuori, ha pochissime possibilità di parlare con i suoi parenti, i figli, la moglie o il marito, l’avvocato, e comunque deve farlo sempre protetto da un vetro blindato. Il contatto fisico è vietatissimo. Permesso solo ai bambini sotto i dodici anni, ma non sempre. Con le scene strazianti dei figlioletti che al compimento dell’anno dodicesimo non possono più abbracciare il proprio papà come hanno fatto fino alla settimana prima.

Naturalmente ergastolo ostativo e 41 bis sono in netto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione. Sia perché impongono pene contrarie al senso di umanità, sia perché in nessun modo possono tendere alla rieducazione del prigioniero. E sono anche in violazione palese della dichiarazione dei diritti dell’Uomo del 1948 e delle poco conosciute “Mandela Rules” (che qualche mese fa abbiamo pubblicato su questo giornale) approvate dall’Onu all’inizio di questo secolo (che, tra le altre cose, vietano l’isolamento del carcerato per più di 15 giorni).

Nello scorso mese di maggio la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sull’ergastolo ostativo. E ha deciso, con prudenza, di dare al Parlamento un anno di tempo per abolirlo o modificarlo, dichiarando che, nelle condizioni attuali, è illegale.

Arriva qui l’iniziativa di Giorgia Meloni. La quale, saggiamente, non contesta l’incostituzionalità, evidente, del carcere duro, ma contesta la Costituzione. E propone la modifica dell’articolo 27, da realizzare in tempi molto rapidi, in modo da evitare il contrasto tra Costituzione e punizione inumana, rendere non decisiva la condizione della rieducazione, e così togliere le castagne dal fuoco alla stessa Corte Costituzionale.

Può avere successo l’iniziativa di Giorgia Meloni? I numeri sono ballerini. Attualmente, diciamo che sulla linea Meloni, a occhio, si trovano solo i 5 Stelle – che hanno sempre difeso l’ergastolo ostativo – e naturalmente Fratelli d’Italia. Meloniani e grillini però non dispongono di maggioranza parlamentare. Si può immaginare che a una modifica costituzionale di questo genere si oppongano Forza Italia, il Pd, Iv e gli altri piccoli gruppi liberali. Resta il punto interrogativo sulla Lega, che tra tutti i partiti italiani, in tema Giustizia, è tra i partiti più altalenanti. A volte garantista a 24 carati, a volte amante della forca e delle maniere forti (“buttate la chiave” è uno degli slogan politico-giudiziari più amati da Salvini). Se la Lega dovesse unirsi al fronte reazionario Fdl-5 Stelle la maggioranza per cambiare la Costituzione ci sarebbe, almeno sulla carta.

Non sto parlando di fantapolitica. E neppure di un aspetto minore della lotta politica. Nei prossimi anni la giustizia sarà uno dei campi di battaglia della politica italiana. E si confronteranno due concezioni del mondo assai lontane tra loro e incompatibili. Quella punizionista, che pone la pena al centro della legalità. E quella garantista, che mette il diritto, il cittadino e la libertà a pilastri della civiltà. Il primo schieramento, il quale, seppure involontariamente, si ispira alla Sharia islamica, è molto vasto e fa riferimento ai vecchi principi reazionari. Il secondo schieramento è variegato, tutt’altro che unito, timido e spesso privo di sufficienti motivazioni culturali. Perciò la battaglia sarà molto dura e non è affatto detto che vincano i liberali. E se finirà per essere cancellato l’articolo 27 della Costituzione, secondo me, la Costituzione non esisterà più. Avrà perso l’anima e il volto. Sarà trasformata in un gelido regolamento politico

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.