Giulia Maria Crespi lascia un’eredità morale di cui oggi tutti le rendono merito. Fondatrice del Fondo Ambiente Italiano, autentica istituzione che impegna i privati per il patrimonio storico, artistico ed ambientale italiano, gestì dal 1965 al 1974 la proprietà del Corriere della Sera, spostandone la linea a sinistra. Fu lei a licenziare l’allora direttore Giovanni Spadolini e a provocare le dimissioni di Indro Montanelli. Con la sua vicenda biografica sono intrecciate cento storie di militanza politica, soprattutto a Milano. Il suo impegno costante nel mecenatismo sociale ne fanno un esempio di borghesia illuminata. Abbiamo chiesto di aiutarci nel farne il ritratto all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, oggi parlamentare europeo nelle fila del Partito Democratico. «Era una persona molto forte, coraggiosa, con una interlocuzione delicata ma severa. Una donna appassionata e appassionante, che quando aveva un tema che condivideva ci metteva tutta la sua passione. Una sognatrice concreta», ci dice Pisapia.

Del vostro incontro cosa ricorda?
I miei ricordi sono recenti: quando mi candidai a Sindaco di Milano, tramite amicizie comuni lei mi contattò e mi invitò a pranzo a casa sua. Una casa molto bella, con una bella galleria di dipinti. Ma che lei viveva con grande sobrietà nei modi, praticando quella custodia dell’arte semplice e concreta, senza spocchia, che poi ha messo a terra dando vita al Fai. Facemmo una bellissima chiacchierata. E alla fine del pranzo non mi diede alcun giudizio: dovetti aspettare due giorni e andare a leggere sul giornale una sua dichiarazione di apprezzamento nei miei confronti. A voce non aveva detto nulla: voleva soppesare, valutare le mie proposte una a una, senza pregiudiziali. Questo per dire che non aveva una posizione precostituita, era una donna che voleva guardare dentro alle cose, interloquire con le persone, capire tutti i risvolti. E che non ha fatto mai sconti a nessuno.

Di cosa parlaste?
Mi ricordò di quando correva voce che potessero arrestare Mario Capanna, e i giornali ventilarono una ipotetica relazione tra loro. (Ci fu una perquisizione di polizia nella sua tenuta “La Zelata” sul Ticino alla ricerca di Capanna attinto da un mandato di cattura, ndr). Lei andò da mio padre per valutare delle querele a tutela della sua reputazione. Non so poi se le fece, ma quando mi ricevette a casa mi raccontò la storia di quell’incontro, dicendomi di aver conosciuto e stimato mio padre, avendolo scelto come avvocato.

Qual era la sua sensibilità sulla giustizia?
Nella discussione sulla giustizia era una autentica garantista. Molto attenta a contrastare le prese di posizione che non condivideva, ed aveva come stella polare la sensibilità verso le garanzie per l’imputato, un tema sul quale ci siamo confrontati in conversazione più volte anche durante il mio mandato da sindaco.

Un approccio non ideologico, ma pragmatico.
Il nostro compito, diceva, è quello di volere il bene della città, avere delle persone di cui fidarsi e avere il coraggio, su temi come quelli dell’ambiente e del patrimonio artistico, di unire all’impegno ideale una concretezza pratica. E prese a modello il National Fund britannico per dare vita al Fai, con il preciso proposito di mettere insieme pubblico e privato, a vantaggio della collettività.

Una imprenditrice in anticipo sui tempi.
Era una vera viaggiatrice del tempo. Una precursora. Aveva capito di dover interrogare i giovani per capire il domani. E organizzò anche qualche incontro, durante la mia campagna elettorale, con i giovani. Ma non lo aveva inventato per me, quel format. Promuoveva ogni settimana un incontro con ragazzi e ragazze che sollecitava e ascoltava. Parlai poi con qualcuno di loro: mi dissero tutti di avere sviluppato con Giulia Maria un rapporto alla pari. Di sentirsi con lei come con un coetaneo.

Indice di una freschezza mentale non comune.
Lo sentiva come una necessità per sé. Si sentiva responsabile per la collettività, attraverso il dialogo con i giovani cercava di trasmettere quei valori che avvertiva come fondamentali.

Giulia Maria Crespi lascia degli eredi altrettanto illuminati?
Sicuramente ci sono a Milano, come in altre città, persone che rappresentano la borghesia progressista. Ma mentre prima c’erano dei circoli, dei gruppi di persone che si riunivano, oggi sono singoli individui.

Una polverizzazione senza più luoghi di raccordo?
Esattamente. In passato c’erano luoghi – nella politica, nella cultura, nell’associazionismo – dove ci si confrontava, si discuteva, si concludeva con una decisione collegiale che muoveva all’unisono dei gruppi. Ci si impegnava, anche nella borghesia ricca, tra le famiglie industriali, per dare un contributo che non era solo un contributo economico ma di prospettiva. Adesso non esiste più, ciascuno assume la propria iniziativa individualmente.

Vengono meno i luoghi dell’impegno, ma non l’impegno in sé?
Io credo che oggi ci sia una volontà di contribuire, ci sono tanti soggetti che danno assistenza, che lavorano nella solidarietà e nella lotta contro le disuguaglianze. Soggetti che trovano in queste persone, nei mecenati, un contributo che non è solo economico ma di idee e di progetti.

La cultura anglosassone propone un modello di mecenatismo diffuso. Da noi no.
Da noi è meno visibile. Forse perché legato alla cultura solidaristica che molti legano alla religione, ma da noi se ne parla poco. Chi fa solidarietà si guarda bene dal dirlo. Ma quando andiamo a sondare le associazioni di volontariato sul territorio, scopriamo che vengono sostenute da decine di persone sul territorio, di cui però non si sa. Lo si viene a sapere quando un mecenate viene premiato, e allora suo malgrado deve esporsi.

C’è qualcosa che la politica dovrebbe fare per creare un ecosistema più accogliente verso il mecenatismo?
In questi giorni si sta discutendo di somme ingenti che potrebbero – dico potrebbero: vediamo i risultati! – essere destinate al nostro Paese su progetti concreti e con tempi concreti. Bisogna cominciare a ragionare, a far sì che questo mondo del terzo settore non venga solo considerato come un mondo da aiutare, ma come un soggetto che può contribuire a trovare le soluzioni su temi fondamentali che vanno dalla giustizia, alla lotta alla povertà, alle disuguaglianze.

Crespi era impegnata per il patrimonio artistico ma, indistintamente da questo, per il patrimonio ambientale. Molto in anticipo sui tempi…
Quando dicevo che aveva anticipato i tempi su tutto, mi riferivo soprattutto all’ambiente, su cui ha sempre sviluppato una sensibilità particolare, di grande attenzione alla biodiversità, all’agricoltura biologica, alla alimentazione sana. Era una sognatrice concreta, sapeva quanto fosse importante trasformare in realtà quegli ideali e quei valori in cui credeva. Un’utopista.

Che spazio c’è per l’utopia, oggi?
L’utopia è qualcosa di molto positivo e in alcuni casi, necessario. Ma se l’utopia non si trasforma nella concretezza dell’agire, diventa addirittura controproducente. Creare sogni senza dare risposta ai bisogni diventa un boomerang.

Chi è in grado – e in dovere – di rispondere ai bisogni?
La politica, in parte; il mondo del volontariato in maniera molto rilevante; il terzo settore, in generale. Un mondo che riesce a condividere e, lavorando insieme con la politica, creando una unità di intenti che prova a dare risposte alle difficoltà che vivremo.

Di tenuta sociale?
Andiamo incontro a un periodo di crisi. Se non si trova la capacità di sognare ma anche di dare riscontro, con la concretezza dell’agire, il rischio di tensione è molto più forte che nel recente passato.