Oltre dieci anni dopo la morte di Giulio Regeni, la Corte d’Assise di Roma ha pronunciato il suo verdetto: tre ufficiali dei servizi egiziani condannati a dieci anni per il sequestro, un Generale assolto, l’accusa di omicidio caduta. Una sentenza annunciata, e non per questo meno coraggiosa. Resterà tuttavia simbolica, perché nessuno dei condannati varcherà mai la soglia di un carcere italiano: più che una pena, l’affermazione solenne che la vita e la libertà di un uomo non sono merce di scambio.

Da penalista, non posso tacere che il contraddittorio sia rimasto sulla carta. Gli imputati non sono mai comparsi, com’era prevedibile, e un difensore d’ufficio che non ha mai incontrato il proprio assistito, con ogni rispetto per chi ha assolto quel compito ingrato, non può restituire al giusto processo la sua sostanza. La Consulta ha voluto che il silenzio di uno Stato non si tramutasse in immunità; il prezzo è un processo celebrato davanti a un banco vuoto. Ed è proprio quel banco vuoto a rivelare il convitato di pietra della vicenda: l’Egitto. Non per i condannati, ma per la sua condotta: gli indirizzi mai comunicati, la banda di rapinatori uccisa e i documenti di Giulio fatti opportunamente ritrovare, l’omertà innalzata a ragion di Stato. Antonio Tajani osserva che «non è stato condannato l’Egitto ma tre persone». Sul piano penale ha ragione: la responsabilità è personale, e le motivazioni diranno di più. Ma la responsabilità politica di uno Stato non attende il deposito di una sentenza.

Per questo, con Alessandra Ballerini, credo che i rapporti andassero rivisti da tempo. Il Cairo ha negato ogni collaborazione a un Paese che si professa amico, e amicus certus in re incerta cernitur, ricordava Cicerone citando Ennio. Ritorsioni economiche, anche sul turismo, e sanzioni mirate ai responsabili sul modello del Magnitsky europeo andavano adottate già allora. Non si è visto nulla di tutto questo.

Racconta Svetonio che Tito rimproverasse al padre la tassa sulle latrine, e che Vespasiano, accostandogli al naso le prime monete riscosse, gli domandasse se odorassero. La posterità ha condensato l’episodio in tre parole: pecunia non olet. L’Italia sembra aver fatto sua la lezione. Resta da capire se il denaro egiziano non abbia odore, o se siamo noi ad aver perso l’olfatto.

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