“Proprio perché non vogliamo guerre che ci coinvolgano, dobbiamo fermare le guerre già programmate a nostro danno, prima che arrivino alle porte degli Stati Uniti. Guardate la Cina: ha detto che voleva Hong Kong, e se l’è presa. Guardate la Russia: ha detto che voleva l’Ucraina e che poi dopo toccherà alla Polonia e alle repubbliche baltiche. Questo significa che nei piani russi è compresa una guerra contro la Nato e a quel punto ci troveremmo in guerra con la Russia, alleata e legata al cento per cento con la Cina. E la Cina sta aspettando di vedere che cosa succede: se la Russia riuscirà davvero a prendersi l’Ucraina, quello sarà il segnale per Pechino dove Xi Jinping dirà: se Mosca ha preso l’Ucraina senza pagare prezzi troppo alti, allora è tempo per noi di prendere Taiwan. E lo faranno. E tutti gli interessi americani nel Pacifico saranno gravemente compromessi”.

Così ha parlato Nikki Haley in Iowa dove si svolgono i caucus del GOP repubblicano l’unica a con qualche chances di battere Donald Trump come candidata per la Casa Bianca. È un fatto nuovo da registrare: per la prima volta dal campo repubblicano si leva una voce autorevole e forte a favore della politica di aiuti economici e militari a Kiev, non per beneficenza ma per proteggere con lungimiranza gli interessi americani nel mondo.
L’altro candidato relativamente forte nella corsa repubblicana, anche se Donald Trump viaggia su cifre stratosferiche nei sondaggi, è Ron DeSantis, governatore della Florida che per lungo tempo è stato considerato il candidato ideale del partito conservatore prima che Trump gli tagliasse la strada. De Santis la pensa come Trump e non è affatto dell’idea che si debba aiutare l’Ucraina e che il contribuente americano è stufo e l’Europa non merita spese. Come Trump secondo il quale l’Europa può andare all’inferno e non deve concedere un solo dollaro o un soldato per quel mondo ingrato che è sopravvissuto a due guerre mondiali soltanto grazie agli Stati Uniti d’America e per cui non vogliono mettere a rischio il benessere di un solo lavoratore americano.

Donald Trump è furioso sia con Ron DeSantis che con la Haley, già sua fedele portavoce durante la sua Presidenza all’interno delle Nazioni unite come ambasciatrice americana al Palazzo di vetro. Trump lo sibila nei microfoni: “Traditori, sono due traditori perché cercano di tagliarmi la strada dopo aver promesso che non l’avrebbero mai fatto e oggi annaspano nella vergogna”. Questo il commento del più amato e temuto candidato alla Presidenza degli Stati Uniti e nel mondo. La Haley ha anche giocato la carta europea ma in senso opposto a quello di Trump: “Guardate l’Europa, ha detto: si sta accollando la spesa e l’impegno di difendere l’Ucraina e lo farà anche senza di noi. Ma lo farà davanti ai nostri occhi e ci troveremo in una posizione insostenibile con gli alleati, perché non dobbiamo mai dimenticare che gli Stati Uniti hanno un enorme bisogno di alleati, di amici, di nazioni vicine”.

Poi la Haley ha sostenuto che per difendere l’Ucraina da una vittoria russa basta soltanto il tre per cento della spesa militare americana. La sua posizione è ora allineata con quella del primo ministro britannico Rishi Sunak. Sunak sta agendo molto fermamente sul fronte delle guerre – Medio Oriente e Ucraina, ma anche per la nuova questione balcanica che ha al centro la Serbia e il risorgente conflitto bosniaco. È un fatto curioso che sia Rishi Sunak che la Halley siano su posizioni fermissime in difesa dell’Occidente, essendo entrambi figli dell’impero britannico. La Haley si chiama in realtà Nimrata Randhawa, figlia di genitori indiani: detta per brevità Rikki e ha poi sposato Michael Haley. Di sé stessa dice: “Non sono nera, e non sono neanche bianca. Mia madre mi ha educato a considerare le somiglianze anziché le differenze”. La sua posizione pro-Ucraina nasce da due ragioni, una storica e una politica. La ragione storica sta nella sua indubbia competenza in politica estera e il motivo politico è ovvio: fra lei e Trump non ci può essere accordo proprio nella posizione sull’Ucraina.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.