Rimasta in disparte rispetto alla guerra tra Iran e Stati Uniti, la Siria rimane uno dei palcoscenici più importanti del “grande gioco” mediorientale. E gli sviluppi degli ultimi giorni fanno intendere che la partita è molto più complessa di quanto si possa credere. Secondo il sito Axios, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica dovrebbe intervenire presto proprio in territorio siriano per rimuovere del materiale nucleare dal deposito di un sito clandestino, il famigerato “Site 99”. Si tratta di un luogo che non è mai stato localizzato a livello pubblico ma che è considerato uno dei centri nevralgici di quello che fu il programma nucleare ideato da Bashar al-Assad.

Il piano aveva il suo cuore nel reattore di Al-Kibar, nel governatorato di Deir Ezzor, che venne distrutto da un bombardamento israeliano nel 2007. Ma se Damasco non ha mai più riattivato il programma, da allora nessuno ha mai avuto modo di rimuovere il materiale radioattivo rimasto nel sito. Materiale che, secondo alcuni funzionari Usa, non sarebbe utile a produrre una bomba atomica, ma probabilmente idoneo a realizzare una “bomba sporca”. L’Aiea conta di rimuovere quanto rimasto entro la fine dell’anno, con un’operazione che sarà possibile grazie a un accordo trilaterale tra Siria, Stati Uniti e Israele.

Donald Trump ha premuto sul leader siriano Ahmed al-Sharaa dopo che il governo di Benjamin Netanyahu aveva avvertito che l’Idf sarebbe intervenuta se Damasco avesse tentato di avvicinarsi al sito o se non si fosse raggiunta un’intesa. E questo rappresenta un ulteriore segnale di come la Siria ormai rappresenti una scacchiera in cui gli Stati Uniti contano più dei precedenti alleati. Del resto, al-Sharaa ha già intrecciato buone relazioni con Trump, e questo anche grazie ai consolidati rapporti tra la leadership di Damasco e la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan.

E questo cambiamento è stato certificato anche da un altro accordo siglato proprio negli ultimi giorni, e cioè quello del passaggio di consegne tra la Russia e la Siria per le basi che un tempo era esclusivo appannaggio delle forze di Mosca. Secondo il protocollo d’intesa siglato la scorsa domenica, le basi militari di Khmeimim e Tartus, un tempo i pilastri strategici del Cremlino in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale, diventeranno centri di addestramento e formazione congiunti tra le forze russe e quelle siriane. Secondo il Ministero degli Esteri di Damasco, l’accordo include principalmente l’aeroporto di Khmeimim e il quarto molo commerciale del porto di Tartus. Per il Ministero degli Esteri russo, l’intesa conferma la collaborazione tra i due Paesi tenendo conto delle “nuove condizioni”. Ma, nonostante la freddezza con cui il Cremlino ha commentato la notizia dell’accordo, è chiaro che questo sia un indizio eloquente del fatto che la Russia abbia sostanzialmente perso la presa su quello che un tempo era il principale alleato nella regione.

E ieri, da Damasco, è giunto un ulteriore segnale di come quella stagione sia definitivamente tramontata. Un tribunale siriano ha condannato a morte in contumacia l’ex leader Bashar al-Assad, accusato di “crimini di guerra” e di “crimini contro l’umanità”. Nella stessa sentenza sono stati condannati alla pena capitale anche il fratello minore dell’ex presidente, Maher, e suo cugino materno Atef Najib. E per Vladimir Putin e il suo protetto Assad, fuggito a Mosca con la sua famiglia mentre il regime si dissolveva, questo è il segno definitivo della nuova realtà siriana.