Il sangue scorre tra Mosca e Kyiv
Impianti energetici e magazzini russi nel mirino dei raid ucraini, Mosca apre ai negoziati (ma bluffa)
Il sangue scorre tra Mosca e Kyiv. Questa è la triste verità che non possiamo ignorare, anche se sempre più spesso è trascurata nel racconto di una guerra ormai dipinta come uno stanco capriccio attorno a un giochino. Quel giochino si chiama Ucraina libera, sono i suoi territori, ma soprattutto il suo popolo. Sono quelle donne e quegli uomini a morire, mentre qui in Italia qualcuno (nome e cognome: Giuseppe Conte) sostiene che qualsiasi aiuto militare all’Ucraina vada bloccato immediatamente. I rivoli sulla bandiera della resistenza ucraina non accennano a diminuire, anzi. Secondo i dati delle Nazioni Unite, quest’anno il numero di vittime civili in Ucraina è aumentato vertiginosamente, a causa dell’intensificarsi dell’uso da parte della Russia di missili a lungo raggio difficili da intercettare.
Non c’è pace neanche sul fronte russo, ormai perennemente assediato dalle rappresaglie ucraine su impianti energetici e magazzini al dettaglio. Nota bene per Bonelli, Conte e Travaglio: le pressioni ucraine si concentrano sulla filiera di rifornimento logistica, quelle russe mirano sempre più spesso a obiettivi civili. Così, per puntualizzare. Ricordare tutto questo non equivale ad essere “falchi della guerra”, come ormai da più di quattro anni siamo abituati a sentirci chiamare. Se non ci fossero migliaia di truppe russe nei territori internazionalmente riconosciuti come Ucraina, non esisterebbero né falchi né guerrafondai. Anzi, saremmo i primi a dichiarare l’emergenza umanitaria in Russia e ad aiutarla, vista la drammatica situazione interna con le banche al collasso, il crollo della natalità e 1,5 milioni di perdite (tra morti, feriti e dispersi) stimate dal 2022.
Sullo sfondo di tutto questo, mentre solo nelle ultime ore sono morte 14 persone sui due fronti, i negoziati. Sono ormai trascorsi 5 mesi dagli ultimi colloqui a Ginevra, l’ennesimo senza risultati concreti. Di ieri le dichiarazioni, da prendere con le pinze ma non irrilevanti, del viceministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin, secondo cui “la Russia non rinuncia ai negoziati con l’Ucraina, ed è pronta ad esaminare proposte costruttive, anche sui formati dei contatti”. Oltre al consueto tentativo di scaricare le responsabilità dei mancati risultati sulla parte ucraina, queste dichiarazioni, insieme alle timide aperture di Putin – e alla sospensione del suo mandato di arresto internazionale in caso di conferenza di pace – lasciano aperto uno spiraglio, ma non dipanano l’effettivo oggetto della contesa.
Il cessate il fuoco e una reale sospensione delle ostilità è chiaramente la soluzione temporanea che non possiamo non auspicare, ma guai a illudersi che “congelando” la guerra tutto torni come prima. Il gioco dei “frozen conflicts” è da sempre l’arma prediletta da Putin per tenere sotto scacco i territori invasi (vedasi Transnistria, Abkhazia e Ossezia del Sud) e gli attori occidentali. In Ucraina, non possiamo permettere che questo accada. Si farebbe un errore identico a quello del 2014, che ogni giorno offre tragicamente il suo tributo di sangue.
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