Improvvisamente abbandonati dal gruppo di militari che garantiva la loro sicurezza, Evo Morales, il presidente (indio) della Bolivia, e il suo vice Alvaro Garcia Linera (bianco – il colore della pelle non è un dettaglio, ma un elemento fondamentale nella politica boliviana) si sono dimessi domenica sera. Denunciano di aver subito un golpe. Anche l’opposizione parla di un golpe. Sostiene di averlo sventato. E sventola il rapporto della Organizzazione degli stati americani (Osa), chiamata a verificare ex post la correttezza nel discusso spoglio delle schede elettorale delle elezioni presidenziali del 20 ottobre. Il rapporto dell’Osa denuncia irregolarità e strani momenti di buio nel conteggio dei voti. Saccheggi e assalti sono in corso nelle grandi città della Bolivia, soprattutto a El Alto, il sobborgo di un milione di persone che domina dall’alto la Paz, abitato principalmente da indigeni della Bolivia profonda immigrati nella capitale ed ex minatori, roccaforte di voti rossi. El Alto è tradizionalmente la fabbrica della rivolta in Bolivia. E’ organizzato (anche militarmente) e disciplinatissimo. Se insorge El Alto, di solito, cadono i governi.  Solo che stavolta non c’è un governo da far cadere. Non ci sono nemmeno il presidente del Senato e quello della Camera, dimessisi entrambi. Il presidente della Camera, Victor Borda, ha detto di averlo fatto per salvare la vita a suo fratello, sequestrato da attivisti antigovernativi. I ministri se ne sono andati, uno a uno. Il ministro delle Miniere, Cesar Navarro, s’è dimesso mentre era a Potosì, centro minerario in quel momento in mano ai manifestanti anti Morales, dicendo che avevano appena dato alle fiamme la casa dove vive. Idem il ministro degli idrocarburi e tutti gli altri dirigenti di Stato filogovernativi. Seguiti poi da sindaci, diplomatici, governatori, singoli deputati. Il vuoto di potere è totale. Le Forze armate e la polizia sono in lotta tra loro e divise in fazioni al loro interno. La spallata finale a Morales è stata data da una decisione cruciale presa nel fine settimana dai vertici di polizia che, convinti a cogliere l’attimo, gli hanno fatto pagare il conto per tredici anni (le prime elezioni Morales le vinse nel 2006 e da allora è stato sempre rieletto) durante i quali la polizia ha perso molto del suo potere in favore dell’esercito. E questo perché Morales – leader del sindacato dei cocaleros, i coltivatori di foglie di coca, divenuto presidente – si è servito dell’esercito a scapito della polizia perché lo ha sempre considerato per lui meno infido.

Molti poliziotti hanno preso parte alle manifestazioni di venerdì che chiedevano le dimissioni immediate di Morales. Fonti locali sostengono ci fossero molti poliziotti nel gruppo di persone che ha tentato l’assalto alla ambasciata venezuelana di La Paz. Si moltiplicano gli incendi e gli assalti, il più grosso finora è stato quello al deposito degli autobus della capitale dato alle fiamme.
Morales scrive: “C’è un ordine di arresto illegale nei miei confronti. Gruppi armati hanno assaltato il mio domicilio”. Il comandante nazionale della polizia, Yuri Calderon, smentisce l’esistenza di un ordine di cattura e dice di non sapere dove sia l’ex presidente. Alvaro Garcia Linera, il vicepresidente, prima di dimettersi ha fatto una sintesi, a modo suo, degli anni di governo: “Abbiamo fatto rinascere la Bolivia. Il 20 ottobre la metà dei boliviani ha votato per noi. Forze oscure hanno cospirato contro di noi. Hanno dato fuoco a istituzioni e sedi sindacali, Hanno organizzato bande paramilitari per intimidire i contadini, minacciano i nostri compagni. E’ un golpe. Anch’io rinuncio. Sempre sono stato leale al presidente, sono orgoglioso di essere il vicepresidente di un presidente indigeno e sempre starò al suo fianco, nel bene e nel male”.  In realtà, da vice, Linera ha avuto tanto potere quanto Morales, che del governo è stato il leader carismatico e la faccia utile a tenere mobilitati indigeni, cocaleros e minatori, ossia la stragrande maggioranza del Paese. Sono opera sua le fondamentali operazioni del governo. Cominciando dalla prima, la nazionalizzazione del gas, che ha ridisegnato la struttura dell’economia boliviana. E passando per la difficilissima trattativa costante con imprenditori e leader d’estrema destra dell’Oriente bianco e ricco di Santa Cruz che chiede da sempre la secessione per diventare un piccolo Kuwait, pieno di giacimenti di gas, non dipendente da La Paz.  La questione Santa Cruz è cruciale nel conflitto boliviano tra un Oriente ricco e bianco, popolato da nostalgici del Terzo Reich scappati a Santa Cruz alla fine della seconda guerra mondiale, ustascia croati ed estremisti vari che non sopportano, e non l’hanno mai nascosto, l’idea di essere governati da un indigeno. Cos’è successo il 20 ottobre? Il flusso dei risultati elettorali sembrava indicare che Morales non avrebbe vinto al primo turno, ma sarebbe dovuto andare al ballottaggio con il suo rivale di destra, il candidato dell’opposizione Carlos Mesa. Improvviso black out elettrico. Conteggio sospeso. Quando torna la luce e si ha il primo nuovo conteggio Morales ha in vantaggio più ampio e vince.

Dopo pressioni, interne ed esterne, ed ondate di proteste, Morales accetta di indire nuove elezioni. Nel frattempo la Osa arriva a fare un’ispezione. Denuncia scorrettezze nel riconteggio e, soprattutto, il coinvolgimento non previsto di un server esterno nella trasmissione dei dati. A questo punto Carlos Mesa e altri leader dell’opposizione, tra cui il capo degli insorti, Luis Fernando Camacho, chiedono a Morales di non partecipare alle nuove elezioni e di lasciar loro costituire, nel frattempo, una “giunta di governo” formata dagli alti comandi delle forze armate e della polizia. Contro Morales c’è un brutto precedente. Poiché la Costituzione gli vietava di candidarsi in eterno e lui sosteneva che “per completare la rivoluzione indigenista in Bolivia “doveva continuare a governare, ha indetto un referendum per abrogare la norma che gli vietava la ricandidatura. L’ha perso. Approfittando di un potere innegabile esercitato di fatto sul Tribunale supremo elettorale, a lui fidelizzato con operazioni mirate negli ultimi anni (esattamente come fece Chavez in Venezuela e con gli stessi esiti) il suo governo ha cambiato comunque la norma aggirando il divieto. E lui s’è ricandidato. Che abbia preso una pessima piega la sua rivoluzione indigenista è fuori di dubbio. Un’attitudine da autocrate è evidente. Un gusto nell’esercizio disinvolto del potere, pure. “Pontificare a Roma non è come predicare in parrocchia” dice lui se gli si chiede conto della brutta china. “Qua abbiamo nazisti veri, ci vorrebbero impalare tutti”, aggiunge Linera. Purtroppo per loro la democrazia prevede altri metodi. Innegabile è anche, però, che la Bolivia in questi quattordici anni è diventato un altro Paese. Morales & Linera (il suo vice, ma sarebbe meglio dire, la sua metà) sono stati un tandem di duttilissimi e pragmatici mediatori. Molto abili. Hanno realizzato una politica sociale tutta rivolta ai più poveri e una politica economica che, a ben vedere al di là dei proclami, non si è mai discostata dalle regole del liberismo. La strana coppia è riuscita a portare la Bolivia a un tasso di crescita inedito. La Paz, storica debitrice del Fmi, è arrivata a prestare denaro ai suoi vicini. Venti anni fa i profitti dell’export di idrocarburi, essenzialmente gas, erano di 400 milioni di dollari. Con loro hanno superato i 6 miliardi. Le imprese nazionalizzate, incredibilmente, funzionano. Quel modello di governo socialisteggiante, ispirato al comunitarismo indigeno delle antiche comunità aymara, qualsiasi cosa esso sia, non è stato per anni imposto con la forza. Non è avanzato come uno schiacciasassi. Anzi. I due hanno fatto della disponibilità alla trattativa l’arma più affilata del governo. Anche per questo hanno vinto tutte le elezioni. E si è votato spesso, in Bolivia nell’ultimo decennio. Si sono seduti a dialogare con tutti. Sono andati a cercare un accordo con i radicalissimi minatori di Potosì in marcia su la Paz con candelotti di dinamite in mano, con i gruppi armati indigeni abbarbicati su posizioni molto oltre ogni estrema sinistra che in Europa si possa immaginare, i quali accusano Morales qualsiasi provvedimento proponga di “svendere la patria aymara”. E hanno trattato anche con i governatori orientali che si rifiutano di stringere la mano al presidente indio perché, dicono, «noi non siamo Tarzan e non parliamo con le scimmie». C’è stato un periodo in cui riuscivano a prendere il 50% anche a Santa Cruz, a Tarija e a Pando, le terre della “mezzaluna fertile” boliviana che hanno sempre voluto la secessione. Poi l’incantesimo s’è rotto. La spallata è arrivata.