A Parma c’è un processo depositato su un binario morto. Si chiamava “Green money”, e fu celebrato come “Parmacrack” da una vignetta. Fu utile più che a far giustizia a far cadere la giunta di centro destra e ad aprire la strada non al governo della sinistra secondo le aspettative, ma al primo sindaco grillino di una città di provincia nella storia italiana.

“Green money” è oggi sul binario morto perché non c’è una sentenza definitiva a dieci anni da quel giorno, quel 24 giugno 2011 in cui gli uomini della guardia di finanza diedero il via alla retata al Comune di Parma. Arresti e intercettazioni, con accuse per gravi reati: corruzione, concussione, peculato, abuso d’ufficio, falso, truffa. Mezzo codice insomma. E dopo un primo grado in cui alcuni patteggiarono per sfinimento senza ammettere alcun reato e gli altri aspettano, nessuna data di appello appare all’orizzonte. Mentre cerca l’impossibile mediazione tra garantisti e forcaioli sul problema della prescrizione, la ministra Cartabia potrebbe dare un’occhiata a quel che succede, a quel che è successo nel corso del tempo in certe procure e in certi tribunali d’Italia.

Quei fatti che, con indebite forzature, hanno anche cambiato per via giudiziaria la storia politica del Paese. Come per l’appunto è accaduto a Parma, la più brillante tra le città emiliane. Quella che osò un giorno, dopo il breve tentativo del sindaco Guazzaloca (il Guazza) a Bologna, illuminare un puntino bianco nelle cartine dell’Emilia rossa. È anche la storia della stupidità di una certa sinistra che prima fa la ola sugli spalti della procura mentre mitraglia gli avversari politici fino a doversi fare più in là quando i frutti li raccoglie qualcun altro. Il Movimento cinque stelle. E Federico Pizzarotti, un tecnico informatico stupito per primo di trovarsi a indossare la fascia tricolore dopo aver impostato la campagna elettorale nella lotta contro l’inceneritore e la “cementificazione” della città. I parmigiani probabilmente ricordano ancora il comizio più strillato della storia con un Beppe Grillo particolarmente infiammato in piazza della Pilotta. Chissà se erano veramente tutti ambientalisti quelli che votarono Pizzarotti, visto che poi non si ricordano manifestazioni di protesta quando lui si affrettò ad accendere l’inceneritore di Baganzola e a inaugurare il Ponte Nord, opera di cemento e non di erba e fiorellini, fortunatamente.

No, non erano ambientalisti (forse qualcuno anche sì) quelli che riversarono il proprio consenso a un movimento tutto di pancia e di moralismo in quel maggio del 2012 dopo quasi un anno di commissariamento della città. Erano semplicemente i cittadini che credevano nel ruolo purificatore e salvifico della magistratura. Un popolo in gran parte di sinistra, abituato alla buona amministrazione emiliana, che aveva creduto in buona fede all’inchiesta giudiziaria partita con quel blitz del 24 giugno 2011. Il sindaco Pietro Vignali, un democristiano moderato che governava la città con Forza Italia e l’Udc, fu travolto. Arresti, perquisizioni e intercettazioni furono accompagnati da una massiccia copertura mediatica, con l’immediata conferenza stampa del procuratore capo Gaetano Laguardia, la pm Paola Dal Monte, il colonnello Guido Geremia. Se questo nome vi ricorda qualcosa, sappiate che è lo stesso che, diventato generale, conduce i blitz e le maxi-retate in Calabria con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Del resto lo stile di oggi ha molto di simile a quel che accadde dieci anni fa a Parma.

Fu un tornado. Invano il senatore Filippo Berselli dal suo scranno della commissione giustizia inondò due ministri (Alfano e Severino) con nove interrogazioni sui metodi più che discutibili con cui veniva condotta l’inchiesta, e invano protestarono gli avvocati parmigiani nel corso di uno sciopero nazionale che chiedeva a gran voce la separazione delle carriere. Ma anche gli argomenti locali non mancavano: ritardata iscrizione nel registro degli indagati (vecchio trucco per prolungare i tempi, che fu usato anche a Milano nei confronti di Berlusconi), intercettazioni fuori legge tra indagato e difensore, interviste a gogo in cui il procuratore Laguardia si era addirittura esibito a imitare le voci delle persone arrestate.

Ma anche questioni che avrebbero dovuto scandalizzare gli “indignados” che avevano riempito le strade e le piazze fino a cacciare gli “usurpatori” del buongoverno di sinistra delle tradizioni emiliane. La pm Dal Monte per esempio non avrebbe dovuto astenersi dall’indagine, dal momento che suo marito aveva presentato domanda per occupare proprio il posto pubblico di un dirigente che lei aveva fatto arrestare? Infine sarà costretta ad astenersi, dopo un’inchiesta alla procura competente di Ancona, ma cinque anni dopo. E che dire dello stesso procuratore capo Laguardia, quando nel 2017 da pensionato si candiderà alle elezioni amministrative in una lista di appoggio al Pd, cioè al partito che più di altri aveva sostenuto la sua inchiesta?

Il sindaco Vignali ne uscì distrutto. Fu trattato con particolare accanimento. Arrestato quasi due anni dopo le sue dimissioni da primo cittadino, un gesto inutile e quasi di sadismo, annullato per due volte dal tribunale del riesame. Sequestrati tutti i beni, compresi quelli dei familiari, e anche la sua stessa casa proprio quando aveva trovato un compratore che gli consentisse di pagare le spese legali e processuali. Ma la cosa più grave, per un amministratore pubblico, fu l’infamante accusa di aver accumulato un “tesoretto” di quasi due milioni di euro, accumulato su ben 17 conti correnti personali. Poi l’obbligatoria retromarcia. Era stato un errore, i soldi e i conti non erano suoi ma del Comune. Buona fede? Quanto meno incapacità e confusione tra i bilanci del Comune e il conto personale, su cui non c’erano tesoretti né milioni.

Perché infine l’ex sindaco decise di accettare un patteggiamento di due anni pur continuando a dichiararsi estraneo alle accuse? Perché non ce la faceva più. Perché gli avevano messo i denti nel collo e non li toglievano. E questo nonostante i molti inciampi dell’inchiesta. Come il trasferimento di due sottufficiali dell’Arma sospettati di scarsa solidarietà alle indagini e sei mesi dopo prosciolti dalla commissione disciplinare del ministero di giustizia. O come la famosa “seconda inchiesta” presentata in conferenza stampa dal procuratore Laguardia che elencava con nomi e cognomi undici presunti responsabili del nulla, visto che tutti gli indagati sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Ed è significativo il fatto che, a dieci anni da quel blitz che cambiò il corso della storia, visto che Pizzarotti, pur non essendo più del Movimento cinque stelle, è stato anche rieletto (alla faccia di chi non voleva l’inceneritore), nessuno pare abbia interesse, a parte gli imputati, a conoscere almeno una verità giudiziaria sul “Parmacrack”.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.