I conflitti degli ultimi anni ci hanno insegnato qualcosa che non possiamo più permetterci di ignorare: la sicurezza di un Paese non si misura soltanto dalla capacità di difendere i propri confini. Per molti anni abbiamo immaginato la protezione di un’infrastruttura essenzialmente attraverso un perimetro fisico: recinzioni, accessi controllati, videosorveglianza, vigilanza.

Il ruolo dei droni

Quel modello oggi non è più sufficiente. Il perimetro di sicurezza di un porto, di un aeroporto, di una centrale energetica, di un hub logistico, di un ospedale o di un’infrastruttura strategica non finisce più alla recinzione. Si estende alle reti di comunicazione, ai sistemi digitali, alla supply chain e, sempre più, anche allo spazio aereo a bassa quota. Ed è proprio qui che i droni rappresentano uno degli esempi più evidenti della trasformazione in corso. Un drone può essere uno straordinario strumento per effettuare ispezioni, monitorare infrastrutture, trasportare materiale urgente, supportare la sicurezza o intervenire rapidamente in situazioni di emergenza. Ma lo stesso mezzo, se non identificato, non autorizzato o utilizzato con finalità ostili, può diventare una minaccia estremamente difficile da gestire con gli strumenti tradizionali.

La guerra in Ucraina ha dimostrato l’effetto dei droni

La guerra in Ucraina lo ha dimostrato plasticamente: tecnologie relativamente semplici, economiche e disponibili su larga scala possono produrre effetti che fino a pochi anni fa avremmo associato esclusivamente a sistemi militari estremamente sofisticati. Non possiamo pensare che questa lezione riguardi esclusivamente i campi di battaglia. Uno degli errori che dobbiamo evitare è pensare che esista una singola tecnologia capace di risolvere il problema. In futuro dovremo imparare sempre più a governare contemporaneamente l’utilizzo legittimo dei droni e la protezione delle infrastrutture dalle attività non autorizzate. Sono due facce della stessa medaglia. È il motivo per cui considero sempre più importante far dialogare mondi che fino a qualche anno fa tendevano a procedere separatamente: UAS, gestione dello spazio aereo, C-UAS, sicurezza fisica, infrastrutture ICT e control room.

La strategia sulla resilienza

L’obiettivo deve essere la capacità concreta di un’infrastruttura di prevenire un evento, individuarlo tempestivamente, reagire, assorbirne l’impatto e tornare rapidamente alla piena operatività. Per riuscirci servono almeno tre condizioni. La prima è la velocità di esecuzione. La seconda è una vera collaborazione tra istituzioni, gestori delle infrastrutture e industria specializzata. La terza è un cambiamento culturale. Infrastrutture energetiche, trasporti, telecomunicazioni, sanità, acqua, logistica e servizi digitali costituiscono ormai un unico sistema fortemente interconnesso. La vulnerabilità di un nodo può propagarsi rapidamente a molti altri. Per questo la resilienza non può più essere affrontata per compartimenti stagni. L’aspetto positivo è che gran parte delle tecnologie necessarie per compiere questo salto di qualità esiste già. Quello che oggi dobbiamo fare è accelerarne l’integrazione nelle infrastrutture strategiche del Paese. Perché la velocità con cui evolvono le minacce non può continuare a essere superiore alla velocità con cui costruiamo le nostre difese. La Strategia nazionale sulla resilienza rappresenta quindi un’opportunità importante. Adesso dobbiamo trasformarla in capacità operativa.

Simone Lo Russo

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