Il territorio non finisce sulla battigia
Hormuz, la guerra per il controllo del mare può riequilibrare l’ordine del Golfo e quello globale
La guerra per Hormuz non è soltanto una partita militare. È una contesa sulla possibilità stessa di stabilire chi abbia il diritto di definire le regole della navigazione nel Golfo Persico. Dopo il memorandum d’intesa del 17 giugno, il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è collassato a luglio proprio attorno a questo nodo. L’accordo prevedeva la riapertura dello Stretto, ma la gestione dei transiti è diventata il terreno decisivo dello scontro. Teheran ha scelto una strategia asimmetrica. Non può competere con la superiorità navale americana in una guerra convenzionale sul mare e, quindi, ha trasformato la propria posizione geografica in una piattaforma di interdizione. Missili antinave, droni, mine e imbarcazioni veloci consentono ai Pasdaran di rendere rischioso il transito senza dover conquistare militarmente lo Stretto.
Il passaggio successivo è stato istituzionale: l’Iran ha cercato di trasformare una capacità coercitiva in un’autorità riconoscibile. La nascita della Persian Gulf Strait Authority rappresenta, in questa prospettiva, qualcosa di più di un apparato amministrativo. È il tentativo di dare una forma burocratica a un principio politico: chi controlla le coste iraniane dovrebbe poter stabilire condizioni, rotte e autorizzazioni per chi attraversa Hormuz. Le notizie sulla volontà iraniana di mantenere un controllo esclusivo o prevalente delle rotte confermano questa impostazione. È qui che la disputa diventa geopolitica. Per Washington, accettare un simile precedente significherebbe riconoscere che una potenza regionale può trasformare la minaccia militare in una nuova normalità giuridica e commerciale. Per Teheran, invece, ogni nave che utilizza la rotta da essa designata costituisce una prova concreta della propria capacità di imporre ordine.
La sequenza di luglio ha mostrato quanto rapidamente questa dinamica possa degenerare. Dopo gli attacchi iraniani contro navi commerciali, gli Stati Uniti hanno colpito sistemi di difesa, infrastrutture portuali, installazioni costiere e capacità missilistiche iraniane, con particolare attenzione a Bandar Abbas, Qeshm e altre aree strategiche. Il problema americano, tuttavia, non è soltanto distruggere bersagli. È impedire che l’Iran possa ricostruire rapidamente la capacità di minacciare la navigazione. Ed è una sfida difficile: la geografia favorisce Teheran, mentre la guerra asimmetrica riduce il vantaggio della superiorità tecnologica statunitense.
L’obiettivo iraniano sembra dunque più ambizioso della semplice chiusura dello Stretto. È la costruzione di un ordine regionale nel quale la sicurezza marittima dipenda dall’Iran e nel quale gli Stati arabi del Golfo siano costretti a considerare Teheran come interlocutore indispensabile. Il parallelo con Bab al-Mandab, dove la minaccia degli Houthi accresce la pressione sulle rotte energetiche, rafforza questa strategia di accerchiamento dei principali corridoi commerciali regionali. Per gli Stati Uniti la posta in gioco è quindi globale. Hormuz è attraversato da una quota enorme dei flussi mondiali di energia: trasformarlo in una frontiera regolata unilateralmente dall’Iran significherebbe attribuire a Teheran una leva economica sproporzionata rispetto alla sua potenza convenzionale.
La risposta occidentale non può limitarsi alla forza. Serve una strategia che unisca deterrenza, libertà di navigazione, diplomazia e cooperazione con gli Stati del Golfo. L’obiettivo non deve essere sostituire un monopolio con un altro, ma impedire che una via d’acqua internazionale diventi lo strumento permanente di coercizione di una sola potenza. Hormuz dimostra così una verità essenziale: nelle guerre contemporanee il territorio non finisce sulla battigia. Chi controlla le coste può controllare il mare, chi controlla il mare può condizionare l’energia, e chi condiziona l’energia può esercitare un’influenza politica ben oltre il campo di battaglia.
© Riproduzione riservata






