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I peccati originali del diritto internazionale: dall’invasione russa alla guerra tra Israele e Hamas
Quando Papa Leone si è pronunciato con forza a favore della pace e del diritto internazionale non solo ha esercitato il suo ministero ma ha ricordato un fatto storico importante. Contrariamente alla vulgata che attribuisce al giurista protestante Ugo Grozio l’invenzione del diritto internazionale nel 1625, il primato spetta invece ai teologi spagnoli cattolici un secolo prima, i quali, interrogandosi sulla legittimità della conquista dell’America, conclusero che: gli indiani erano esseri umani, titolari di diritti naturali; che pertanto dovevano essere trattati con umanità; che la loro conversione, legittimazione della conquista spagnola, doveva avvenire con la persuasione e non a fil di spada. Per l’epoca furono affermazioni di enorme portata perché il multiculturalismo non era certo nemmeno all’orizzonte. Ma il neoconvertito cattolico J.D. Vance, con una incredibile improntitudine, ha fatto al Papa lezione di teologia, ricordando la teoria della guerra giusta. Vance nella sua conversione deve avere saltato in modo frettoloso qualche capitolo. Perché se è vero che la battaglia di Lepanto contro i Turchi fu ispirata da un Papa che si preoccupava giustamente dell’aggressivo espansionismo di un impero violentissimo nei confronti dei cattolici nel Mediterraneo, da allora di acqua sotto i ponti ne è scorsa parecchia. Già nel 1648, la Pace di Vestfalia, che il papato si rifiutò di sottoscrivere perché trovava inaccettabile venire a pace con gli eretici protestanti sulla libertà di coscienza, segnò una sconfitta dura della teoria della guerra giusta. Ma i secoli successivi non fecero che confermare il graduale abbandono da parte della Chiesa di questa vetusta dottrina.
Lo spartiacque vi fu nel 1917, quando Papa Benedetto XV scrisse una lettera a tutte le potenze belligeranti per porre fine all’”inutile strage”, attirandosi le dure reazioni di tutti coloro che ritenevano che egli parlasse solo a tutela della precaria posizione della cattolica Austria. Quando nel 1928 fu siglato il celebre patto Briand-Kellogg, con il quale gli Stati rinunciavano alla guerra come metodo per la risoluzione delle controversie internazionali, la Santa Sede avrebbe potuto figurare tra i firmatari. Ma è toccato al Concilio Vaticano Secondo chiudere una volta per tutte questo filone di matrice medioevale. Ne fu una prova la polemica a distanza tra il pacifista Paolo VI, contrario alla guerra nel Vietnam, e il potente cardinale di New York Spellman il quale, fuori tempo massimo, resuscitava il mito della guerra per la civiltà, allo scopo di incoraggiare la crociata anticomunista degli americani contro gli atei vitminh. Tanto per il dovuto riconoscimento al magistero del Pontefice romano, che però non è una buona notizia per il diritto internazionale. La circostanza che la più importante autorità spirituale del pianeta abbia supplito al silenzio o al doppiopesismo vergognoso dei leader occidentali attesta la scarsa condizione di salute in cui versa questa nobile disciplina. Alle origini di questo malessere vi sono due colpe che sono maturate proprio negli anni Novanta quando sembrava che il diritto internazionale avesse il vento in poppa. La prima è l’ipocrisia sulla portata assiologica universale di questo diritto. La seconda è la sconfessione della sovranità.
Cominciamo dal primo peccato originale, perché è quello che è balzato agli occhi di tutti nello scorcio di questi ultimi, tragici anni. La diversità di trattamento riservato all’inaccettabile invasione russa dell’Ucraina rispetto alla strage genocida di 70.000 palestinesi da parte delle forze armate israeliane ha confermato agli occhi del mondo la profonda ipocrisia degli occidentali che, dopo avere preteso di educare il resto dell’umanità al diritto globale e interdipendente di cui si facevano portatori con grande fanfara, ne smentivano la credibilità, condonando tutto o quasi a quella che agli occhi del pianeta appariva né più né meno come l’ultima guerra coloniale condotta in terra mediorientale. Ne è testimonianza eloquente il bell’articolo intitolato “La forza del diritto”, pubblicato il 15 aprile scorso sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia. Ebbene, senza sorprese, chiude una ottima ricostruzione storico-filosofica commettendo lo scivolone di additare come sintomo della crisi del diritto internazionale le ben 17 risoluzioni adottate dall’Assemblea generale dell’ONU contro Israele nel 2024. Non è una novità per i lettori del principale giornale italiano, voce ufficiale dell’establishment, perché tempo prima Paolo Mieli si era lanciato in una dura requisitoria contro la Corte penale internazionale quando questa aveva osato incriminare Netanyahu e il suo ministro della Difesa per quello che ai più appariva ovvio: ossia la monumentale violazione dei fondamenti del diritto internazionale umanitario da parte delle forze armate di Tel Aviv nella striscia di Gaza. Rare sono state le prese di posizioni pubbliche di chi, nel campo occidentale, ha osato rompere il muro di omertà o, peggio, di collusione. Tra queste, mi piace ricordare quelle di Enzo Cannizzaro, autorevole internazionalista, il quale non a caso partecipa a questo dibattito, perché ha avuto il raro coraggio di castigare pubblicamente tutti i rei di gravi violazioni del diritto internazionale, senza fare distinzioni tra amici e nemici – insinuando, come è scandalosamente avvenuto, che la Corte penale internazionale fosse stata creata per punire i dittatori africani e non certo gli alleati storici dell’Occidente.
Dicevo che il secondo peccato originale è la sconfessione della sovranità. Non è una novità, certamente. Già dopo la I Guerra Mondiale un autorevole filone di giuristi ha fatto del suo meglio per sbarazzarsi di questo ingombro sulla strada del riconoscimento come pieno ius del diritto internazionale che tale non era mai stato pienamente considerato per la carenza di un legislatore, di un giudice e di un gendarme. Gli anni Novanta hanno rilanciato questa polemica, apparentemente con maggiore vigore e plausibilità perché la Guerra fredda era finita, lasciando al suo posto una incontrastata (per poco) egemonia occidentale. Ebbene la sovranità, cacciata dalla porta principale, è rientrata dalla finestra, quando è risultato chiarissimo che i paesi-impero che si affacciavano come protagonisti della contemporaneità – Cina e India – e quelli che lottavano come la Russia per conservare lo status imperiale risalente a Pietro il Grande, non erano affatto disposti ad abdicare a quello che consideravano il presidio irrinunciabile della propria indipendenza e identità. Chi abbia una qualche familiarità con la Cina, ad esempio, sa che Pechino descrive il periodo iniziato con la prima Guerra dell’Oppio del 1839 e conclusosi nel secondo dopoguerra con la vittoria di Mao, come il “secolo delle umiliazioni”. E ne ha ben donde. Le guerre dell’oppio (sono state due) hanno consacrato Lord Palmerston, il ministro degli Esteri inglese nel 1839, con il discutibile e poco invidiabile primato di figurare quale il più grande trafficante di droga della storia poiché, in nome dei biechi interessi della Compagnia delle Indie, ha piegato la volontà di un impero millenario per imporre lo smercio di una sostanza così tossica da essere giustamente combattuta con tutti i mezzi dalle autorità cinesi – ma senza risultati vista la superiorità delle cannoniere inglesi. La Cina ha impiegato molto a comprendere il concetto di sovranità, tradotto per la prima volta in cinese (mi riferisco al classico manuale di Henry Wheaton) solo nel 1864. Nella visione tradizionale cinese l’imperatore poteva tollerare solo la presenza di vassalli e non di Stati equiordinati. Ma alla fine, quando ne hanno compreso la portata sulla loro pelle, non l’hanno abbandonata più. Si pensi solo che l’Occidente rinunciò solo nel 1945 ai trattati asimmetrici con la Cina che accordavano ai propri consoli piena giurisdizione extraterritoriale nelle principali città costiere dell’impero.
Se il diritto internazionale vuole riprendersi dalla caduta ignominiosa nella quale è incorso, deve tornare a venire a patti con la sovranità degli Stati che, alla fine, è sempre stata il suo puntello. Non è un caso che diritto internazionale e sovranità siano sbocciati nello stesso periodo storico. Il loro rapporto è simbiotico. Il diritto internazionale deve accettare di essere più umile e tornare a riconoscere che la sua matrice risiede nel consenso degli Stati – anche di quelli che ci piacciono di meno, ma a cui abbiamo dimostrato di non avere nessuna lezione da dare. Basti solo una postilla per concludere, chiarendo il senso della mia tesi. Donald Trump ha utilizzato, per l’ennesima volta nella storia americana, la Dottrina Monroe del 1823, peraltro mai rinnegata, per spodestare lo sgradito capo di stato venezuelano, in nome di un diritto eminente di Washington su tutte le capitali del centro e Sudamerica. Senza che ciò suscitasse significative reazioni nella comunità diplomatica internazionale. Viene da chiedersi perché Cina e India non dovrebbero rivendicare un simile privilegio imperiale nella loro sfera di influenza. La Russia, seppure in modo bestiale, lo ha già fatto. Se queste sono le regole del gioco, il diritto internazionale non può volgere lo sguardo altrove, rifugiandosi nella negazione o nell’utopia. Forse un giorno il tempo della civitas maxima alla fine arriverà: ma di sicuro non saremo noi a vederlo.
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