Se l’arte può essere qualcosa che non illustra ciò che esiste ma entra nel mondo per cambiarlo con la forza dell’immaginazione, Christo è stato il protagonista coerente di un’avventura nel segno della libertà. Una lunga storia di opere spettacolari e provocatorie che hanno sollevato polemiche e discussioni, capaci di uscire dal recinto tradizionale dell’arte e di offrirsi all’intensità di un’esperienza, ancora più forte perché rinchiusa nella labilità dell’effimero.

Ci ha lasciato a 84 anni e nell’immaginario popolare che semplifica ma alla fine coglie un lembo di verità, è stato l’artista che ha impacchettato e imbaballato il mondo, ed è vero, questo ha fatto, ogni volta provando a spostare un’immagine consolidata, la durezza delle cose e della natura, la fatalità di un paesaggio.

Christo Vladimiro Javacheff era nato nel 1935 a Gobrovo in Bulgaria e, come accade in tante storie di artisti, manifestò subito una propensione per il disegno che i genitori fortunatamente assecondarono facendolo studiare all’Accademia del Belle Arti di Sofia dove la madre lavorava. Uno spirito libero, a poco più di vent’anni lascia Praga, dove si era trasferito, e la cappa soffocante dei regimi comunisti e del realismo socialista che detta il programma agli artisti.

Cerca la libertà, passa per Vienna, Ginevra e nel ’58 arriva va a Parigi, E’ un cittadino del mondo, conosce Jeanne-Claude Denat De Guillebon che è nata a Casablanca, in Marocco, il padre un militare francese, e diventa la compagna inseparabile di una vita, la metà indivisibile con cui condividerà la passione e lo slancio di tanti progetti.

A Parigi, si guadagna da vivere con ritratti che firma con il nome della famiglia, Javacheff, e quadri astratti. Comincia anche a impacchettare, oggetti – bidoni, bottiglie, e anche modelli viventi nella tela o nella plastica. E’ il segno di una traiettoria che diventerà sempre più consapevole al punto da orientarne tutto il lavoro che nel 1962 si annuncia con un’opera monumentale, un muro di barili d’olio che bloccano Rue Visconti, a due passi dalla Senna, a contestare il Muro che divide Berlino.

Non siamo ancora all’impaquetement, ma si colgono già un’ispirazione e una modalità: lontano dai musei, nell’ambiente, in questo caso urbano, un intervento che modifica il paesaggio, si offre alla visione collettiva e dura il tempo che dura. Un’apparizione che s’impone allo sguardo, interpella chi la guarda e.. scompare.

Christo non crede nell’utilità dell’arte, non ha fini da perseguire, non sovraccarica l’estetica di significati che siano morali, religiosi o politici, l’arte parla e comunica per quello che è e sfugge a qualunque condizionamento, anche a quello della sua durata. Interviene nel mondo, nei luoghi più diversi, un fantasma che materializza un’immaginazione e la fa dialogare con l’ambiente in cui si inserisce, in una relazione di reciprocità perché l’opera estrae il paesaggio dalla sua identità, gli imprime un punto di vista sorprendente e lo reinventa, mentre l’environnement contestualizza l’intervento, la forma, le dimensioni, l’ambizione stessa con cui si fa avanti.

Spesso ci fermiamo a vedere il risultato, in realtà l’opera coincide con il suo farsi, con il lungo e tortuoso percorso che porta dall’idea alla realizzazione all’interazione con chi la vive. Christo stesso ricorda la sfida che ogni suo lavoro ha comportato, non si imballano le Mura Pinciane a Roma (1974) o il Reichstag di Berlino (1995) così, dalla mattina alla sera, bisogna convincere, addentrarsi nei labirinti dei permessi, delle autorizzazioni, affrontare le burocrazie e soprattutto la forza inerziale delle immagini consolidate, tanto più quando si tratta di quelle del Potere.

“Non voglio usare chiavi politiche, letterarie o religiose per parlare del mio lavoro – ha detto – Il mio lavoro è la cosa in sé. Se vogliamo, è politica in sé. Avete idea di cosa può voler dire ottenere i permessi per impacchettare il Reichstag? Convincere Mister Kohl e tutto il Bundestag? Costringerli a votare qualcosa che non esiste ancora, se non nell’immaginazione? Questa è vera dimensione politica, non illustrazione della politica, ma pura visione politica”.

E’ su questo doppio crinale, dell’autonomia dell’arte e della determinazione con cui perseguirla, ispirazione e organizzazione, creatività e tenacia, che nascono tanti, memorabili sogni a occhi aperti. L’imballaggio della Fontana del mercato e del Fortilizio dei Mulini in occasione del Festival di Spoleto del 1968, e poi del primo edificio, la Kunsthalle di Berna, l’arancione del sipario che come un’immensa diga si erge a sbarrare una valle fra le Montagne Rocciose (1970/72), i quaranta chilometri del nastro di nylon che si snoda attraverso le contee della California (1972/76), il vento che ne gonfia i sei metri di altezza, le Mura Pinciane, le Surrounds Islands nella baia di Biscayne in Florida, avvolte in un cintura fucsia (1983), e ancora le migliaia di ombrelloni che punteggiano in contemporanea con il giallo una valle a nord di Tokyo e con il blu un’altra in California (1984/91), il poliestere che rinchiude il Pont Neuf (1985), il Reichstag, le settemila porte di metallo con veli arancioni a segnare un percorso nel Central Park di New York (2005), fino al Floating Piers sul Lago d’Iseo, il sogno di camminare sull’acqua leggerezza che sfida la leggerezza e apre a nuove sensazioni. Stava lavorando a un progetto sull’Arco di Trionfo a Parigi, si farà comunque il prossimo anno.

E’ bello pensare a un occhio che guarda il pianeta e vi vede spuntare qua e là questi artifizi colorati della fantasia che s’impongono alla realtà che sembra immodificabile e alle sue peggiori perversioni.

A Christo è stata rimproverata la sua popolarità, gli hanno contestato che l’arte è un’altra cosa e non queste istantanee che nulla lasciano, sprechi e nient’altro. Ora, nessuno possiede la sentenza definitiva e se c’è un periodo in cui nella nuvola dell’arte le porte d’accesso sono tante e disparate è proprio questo, disorientato e confuso, ma il suo gesto cosa dice se non di uno scarto che s’introduce nel destino – le cose, la natura, le nostre convenzioni/convinzioni – e lo spiazza, nella bolla effimera del tempo che si da?! In un mondo fatto di involucri spesso fasulli e ancorato alla pesantezza dell’esistere lui ha celebrato l’involucro in quanto tale e la matita colorata che ridisegna un panorama.
Sono certo che, prima o poi, sarebbe riuscito a impacchettare anche il più terribile dei virus.