Si può essere in centomila eppure sentirsi soli. Uno manifesta, e negli occhi ha i tempi in cui si moriva per valori come libertà, pluralismo, diritto di avere idee lontane dal potere e dal conformismo degli arroganti. Ma se accanto a lui questi valori vengono violati, negando la resistenza degli ucraini e la libertà degli ebrei, allora la folla e il frastuono non bastano più: diventa un uomo solo.

Al contrario, si può essere in cento e sentirsi vicini e fratelli nel difendere il valore che rappresenta e unisce tutti. La libertà di parola. Senza quella, la democrazia è un simulacro dentro cui si può sopravvivere solo a patto di tacere. Senza quella, si diventa meccanismi di un ingranaggio dove ogni espressione e ogni critica sono pilotate da interessi superiori. Sabato a Roma, nella manifestazione indetta dal Partito radicale contro le querele intimidatorie, i volti erano tesi, forzati dall’angoscia di ciò che stiamo vivendo.

Una minaccia in guanti bianchi dagli esiti letali. Ma c’erano anche sorrisi larghi e autentici, come di chi si scopre ancora vivo e libero. È vero, mancavano i partiti, mancavano le organizzazioni dei giornalisti e degli editori, mancavano le grandi folle che sembrano sorde alle cause dei singoli fino al giorno in cui capiscono che sono anche le loro. Però Aldo Torchiaro e Piero Sansonetti, colpiti direttamente dalle querele intimidatorie insieme all’editore di questo giornale, sentivano la loro solitudine di professionisti e di uomini portati ingiustamente alla sbarra, stemperarsi in una condivisione reale e profonda. Noi ci siamo. Saremo anche pochi, ma ci siamo, con la forza delle nostre convinzioni. Perché la libertà è qui.

Nel sabato romano davanti alla biblioteca nazionale, non c’era il fasto dei bagni di folla, ma il sottile gusto di tornare a pensare. Uno dei paradossi era questo: non c’era bisogno di spiegare nulla. La causa di difendere il giornalismo e la libertà di parola dall’intimidazione dei potenti è talmente scontata che l’avrebbe capita anche il passante più distratto che usciva dalla metropolitana. Se io sono un intoccabile, non ho alcun timore di dover pagare – magari fra cinque anni – le spese processuali di una querela che ho intentato. Ciò che mi interessa è bloccare oggi, sul nascere, la penna di chi mi critica o mi chiede conto delle mie azioni.

Quindi, in discussione non era questa semplice verità ma un’altra questione ben più complessa e inspiegabile: perché ci siamo solo noi? Perché le grandi organizzazioni della politica e del sindacato non colgono l’importanza di difendere non noi ma sé stesse, cioè la politica e i diritti dei lavoratori, da aggressioni tanto più violente quanto più sono sotterranee e invisibili? In sospeso restavano queste domande. Ma il 25 aprile della libertà di parola è stato comunque vissuto, condiviso, commentato. Sulle ali del coraggio ideale tipico della storia radicale, che tante volte ha saputo vedere nella solitudine di oggi la vittoria di domani. Un sabato che ci ha fatto sentire ancora figli del 25 aprile 1945.