Giustizia
Il 25 aprile manifestazione per la libertà di stampa. Scarpinato, nuovo caso da FdI
Le querele intimidatorie che colpiscono Riformista e Unità rimangono tra i temi della settimana: sabato 25 aprile si danno appuntamento a Castro Pretorio, per le 11, i promotori della prima mobilitazione di piazza. Il Partito Radicale di Maurizio Turco e Irene Testa sta ricevendo le adesioni di comitati, movimenti, associazioni e singoli cittadini preoccupati da una consolidata prassi. Quella con la quale sempre più spesso i magistrati affondano il colpo sui quotidiani del gruppo Romeo, esigendo pene pecuniarie – da anticipare tramite le provisionali – del tutto esagerate rispetto a quelle applicate in media nelle cause per diffamazione verso cittadini non togati. A farne le spese, i giornalisti che si occupano di giustizia, rinviati a giudizio nella grande maggioranza dei casi, e gli editori – come nel caso di Alfredo Romeo – che investono nella battaglia per una informazione libera, capace di esercitare diritto di cronaca e di critica anche verso la magistratura. Un successivo appuntamento, a metà maggio, porterà il tema nei palazzi della politica, dove un’iniziativa di legge contro le querele intimidatorie si rende necessaria a tutela del lavoro dei giornalisti. In piazza il 25 aprile parleranno, oltre a Claudio Velardi e Piero Sansonetti, Andrea Cangini, Alfredo Venturini, Umberto Costi e Maurizio Pizzuto di Giornalisti 2.0.
Intanto, un altro caso politico-istituzionale approda in Parlamento. Il deputato di Fratelli d’Italia Antonio Baldelli ha presentato ieri un’interrogazione a risposta scritta al ministro per la Pubblica amministrazione chiedendo chiarimenti sulla vicenda che coinvolge il senatore Roberto Scarpinato e la magistrata Anna Gallucci, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro. Al centro dell’atto ispettivo vi è una notizia di stampa – rilanciata dal Riformista nei giorni scorsi – secondo cui Scarpinato, qualificandosi come parlamentare della Repubblica e allegando il proprio tesserino da senatore, avrebbe presentato al Consiglio superiore della magistratura una richiesta di accesso agli atti, ottenendo informazioni contenute nel fascicolo personale della magistrata. La motivazione indicata sarebbe stata la volontà di proporre querela per diffamazione. Baldelli chiede al governo se quanto riferito corrisponda al vero e, soprattutto, se una simile iniziativa sia compatibile con il quadro normativo vigente. Il punto politico è evidente: fino a che punto può spingersi un parlamentare nell’esercizio delle proprie prerogative quando entra in gioco la sfera personale e professionale di un magistrato?
Nell’interrogazione si ricorda che l’accesso ai dati detenuti dalle amministrazioni pubbliche è regolato da norme precise: il Codice della privacy e il Regolamento europeo GDPR impongono criteri stringenti di necessità, proporzionalità e pertinenza. Tradotto: non basta chiedere un documento pubblico perché quel documento debba essere consegnato, soprattutto se contiene dati sensibili o informazioni personali.
Il deputato di FdI mette nero su bianco un rilievo giuridico destinato a far discutere. La sola intenzione di sporgere querela per diffamazione, osserva, non sembrerebbe sufficiente a giustificare un accesso generalizzato al fascicolo personale e professionale di un magistrato. Per una ragione semplice: l’eventuale diffamazione si valuta sul contenuto delle frasi contestate, non sulla carriera, sulle valutazioni o sul percorso professionale della persona offesa. Da qui le tre domande rivolte al ministro: se i fatti siano reali; se un parlamentare possa ottenere il fascicolo personale di un magistrato invocando una querela; quali siano limiti, modalità e presupposti di un simile accesso, anche alla luce della tutela dei dati personali.
Il caso va oltre il singolo episodio. Tocca un nervo scoperto della democrazia italiana: il rapporto tra politica e magistratura, già segnato da tensioni croniche. E apre un ulteriore fronte, meno visibile ma decisivo: quello dell’uso delle prerogative istituzionali. Perché ogni potere, quando non è delimitato, rischia di trasformarsi in pressione. Ora la parola passa al governo. La risposta scritta dirà se si è trattato di una procedura ordinaria o di uno strappo da chiarire. In entrambi i casi, il tema è destinato a restare sul tavolo.
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