Dopo aver rivendicato, durante la campagna referendaria, la sacralità di una Costituzione definita intoccabile, una parte significativa della magistratura – insieme a chi da quella stessa esperienza è transitato in politica – mostra oggi un atteggiamento ben diverso quando si tratta di applicarne i principi più esposti e delicati. Il riferimento è all’articolo 21, cuore pulsante di ogni democrazia liberale, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero e, con essa, il diritto di informare ed essere informati.

È qui che emerge una contraddizione difficilmente eludibile. Alla difesa astratta dei principi non corrisponde una pratica coerente. Al contrario, si affermano posizioni che appaiono insieme superficiali e arroganti, incapaci di riconoscere il valore sistemico della libertà di stampa. Una libertà che non è concessione, ma garanzia.

Il punto è politico prima ancora che giuridico. Il risultato referendario ha di fatto cristallizzato gli equilibri interni alla magistratura, rafforzando una struttura di potere correntizia all’interno del CSM che ora tende a presentarsi come intoccabile, sottratta a ogni forma di critica o revisione. In questo clima, la libertà di stampa rischia di essere sempre più condizionata, subordinata a un sentimento diffuso in certa ex-magistratura militante che fatica ad accettare il controllo pubblico, il dissenso, la critica.

Quanto sta accadendo con le querele temerarie nei confronti di testate come l’Unità e il Riformista è, in questo quadro, un segnale allarmante. L’uso dell’azione legale come strumento di pressione nei confronti del giornalismo rappresenta una torsione pericolosa del diritto, che da garanzia si trasforma in leva intimidatoria. La questione non riguarda soltanto i giornali coinvolti. Riguarda l’equilibrio complessivo tra poteri, la tenuta di un principio fondamentale, la qualità stessa dello spazio pubblico. Perché una democrazia che difende la Costituzione solo quando conviene, e la dimentica quando disturba, finisce per svuotarla dall’interno. E con essa, indebolisce anche se stessa.

Irene Testa

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