Ogni anno, anche se non proprio puntuale, arriva la legge sulla concorrenza, e ogni anno assomiglia a un lungo inventario di piccole cose. Uno sconto obbligatorio qui, un obbligo di trasparenza là, un settore ritoccato ai margini. Niente di sbagliato. Ma quando la legge è approvata, il Paese resta esattamente dov’era. Perché il problema della concorrenza in Italia non è tecnico. È politico. Anzi: è una questione di coraggio.

Aprire davvero un mercato significa togliere qualcosa a chi in quel mercato occupa una posizione di vantaggio da anni. Significa dire a una categoria protetta che dovrà competere, a un’impresa dominante che essere arrivata prima non basta più, a chi vive di un privilegio che quel privilegio non è un diritto acquisito. È una decisione che fa nemici. E i nostri governi, di ogni colore, hanno imparato a evitarla: molti annunci di riforma, nessuno scontro vero. Così restano al loro posto i mercati che nessuno osa aprire. E le liberalizzazioni sono poi ritirate ogni volta: dallo sconto libero sui libri ai taxi. Si difendono privilegi, non diritti. Ma toccare i privilegi costa consenso, perché il privilegio si aggrega in una categoria che riesce a farsi sentire più di chi invece deve pagare per un servizio non adeguato. E quando una riforma seria riesce comunque a passare, la si rinvia finché non conta quasi più nulla.

A pagare questa prudenza non sono i grandi gruppi né le categorie organizzate. Sono i cittadini, che pagano di più per servizi più scadenti che in altri paesi. Sono le nuove imprese, che non riescono a entrare. E sono soprattutto i giovani: quelli che un mestiere vorrebbero cominciarlo e trovano regole pensate per proteggere chi è già dentro. La concorrenza non è un tecnicismo per economisti. È la domanda su chi, in questo Paese, ha diritto a provarci. Se la risposta guarda sempre a “chi c’è già”, abbiamo deciso di non crescere. Ma la concorrenza, prima ancora che di prezzi, è una questione di giustizia. Un mercato chiuso premia chi è arrivato per primo e penalizza chi arriva dopo, senza guardare a quanto valga. Difende le posizioni, non il merito. E un Paese che protegge le posizioni invece del merito dice ai propri figli una cosa precisa: conta più dove sei nato e chi conosci rispetto a quello che sai fare.

Il fatto è che governare l’esistente è più facile che cambiarlo. Gestire lo status quo non fa arrabbiare nessuno; riformarlo sì. Ma un Paese che sceglie sempre di non scontentare chi ha già, sceglie anche di restare fermo, mentre gli altri Paesi migliorano. Tra il 2018 e il 2024 l’Italia è scesa dal tredicesimo al diciassettesimo posto nella classifica OCSE dei Paesi con le regole più favorevoli alla concorrenza: mentre noi discutevamo di dettagli, gli altri aprivano. Non è una fatalità: è la somma di mille rinunce a decidere, una alla volta. Eppure, aprire i mercati è una delle poche riforme che non costano un euro. Non servono fondi pubblici, non serve nuovo debito: bastano regole diverse e la volontà di lasciare che chi è più bravo possa entrare e competere. È lo strumento più semplice che un governo abbia per far crescere il Paese, ed è insieme quello che nessuno usa fino in fondo. Perché è anche l’unico che obbliga a scegliere da che parte stare: con chi difende ciò che ha già, o con chi non ha ancora nulla e vorrebbe provarci.

Servirebbe quindi una legge sulla concorrenza di nome e di fatto. Non lunga e indolore, ma breve e scomoda: poche scelte che spostino davvero potere e opportunità da chi comanda il mercato a chi vorrebbe entrarci. Aprire i mercati, in fondo, non richiede altre norme. Richiede il coraggio di farne poche, e di accettarne il costo politico. Finché continueremo a preferire tanti piccoli aggiustamenti a una vera decisione, l’Italia resterà quello che è oggi: un Paese pieno di riforme e senza crescita.