Chi lavora a Milano guadagna più che nel resto della Lombardia. Secondo il rapporto della Uil regionale sui dati Inps del 2024, la retribuzione media annua in provincia di Milano è di 35.670 euro, il 17,4% sopra la media lombarda. Gli occupati che lavorano in città, secondo le rilevazioni Istat riportate dal Comune, hanno superato quota un milione e novantamila, con un aumento del 3,7%.

Le medie, però, nascondono molto. Lo stesso rapporto Uil, sull’intera Lombardia, mostra che oltre un terzo dei dipendenti non supera i ventimila euro l’anno e quasi la metà resta sotto i venticinquemila. Tra gli under 35 la quota sotto i ventimila euro supera la metà. Il divario tra settori è di oltre cinquantaquattromila euro: chi lavora nella finanza e nelle assicurazioni guadagna in media 67.750 euro, chi lavora in alberghi e ristoranti 13.215. Le donne prendono in media quasi il 29% in meno degli uomini, un divario dovuto soprattutto al part time non scelto e alla discontinuità dei contratti più che alle tariffe orarie.

Poi c’è la durata del lavoro. Il dossier “Milano al Lavoro” della Cgil registra che nel primo trimestre del 2026 i contratti brevi in città sono saliti da 73.446 a 96.591, circa il 31% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con punte di appena due giorni. Nello stesso periodo i passaggi dal tempo determinato all’indeterminato sono scesi di quasi il 5%. Sull’intera area metropolitana, tra gennaio e aprile, gli avviamenti al lavoro sono stati 281.805, il 4,16% in più. I contratti brevi sono saliti a 124.808, con un balzo del 26%, mentre quelli stabili si fermano a poco più di venticinquemila. Corrono il turismo e le professioni tecniche, mentre le assunzioni nell’informatica e nei servizi di informazione sono calate del 7,6%.

Milano, insomma, assume più di prima ma per periodi sempre più brevi, e la ricchezza che produce si distribuisce lungo una scala sempre più lunga. È il terreno su cui si misureranno il sindacato dei prossimi anni e il sindaco del 2027.