Lo scaffale
Il carcere tra pena e possibilità: la riflessione di Fabrizio Pomes sulla giustizia
Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità di Fabrizio Pomes è uno di quei libri che costringono il lettore a uscire dalla propria zona di conforto. Non perché indulgano nel sensazionalismo o nella denuncia fine a sé stessa, ma perché affrontano una delle questioni più controverse e rimosse della società contemporanea: il senso della pena e il significato umano del carcere. Già il titolo richiama volutamente il celebre monito dantesco posto sulla porta dell’Inferno, ma lo capovolge. Dove Dante leggeva la fine di ogni speranza, Pomes cerca invece le tracce di una speranza possibile. L’autore scrive da una posizione particolare: quella di chi il carcere lo ha conosciuto dall’interno. La sua non è però una narrazione autoreferenziale né una richiesta di assoluzione. La sua testimonianza è attraversata da una domanda semplice e insieme radicale: cosa resta dell’uomo quando viene privato della libertà? E soprattutto, la società è ancora capace di riconoscere quella parte di umanità che sopravvive dietro le sbarre? Le pagine del libro raccontano il dolore della detenzione, la sospensione del tempo, le fragilità psicologiche, il sovraffollamento, la solitudine e quel senso di invisibilità che accompagna molti detenuti.
Il volume diventa una riflessione sulla giustizia, sulla responsabilità e sulla funzione stessa della pena. Se la pena serve soltanto a custodire e isolare, allora il carcere rischia di trasformarsi in un contenitore di disperazione. Se invece riesce a diventare occasione di consapevolezza e cambiamento, allora può conservare una funzione coerente con i princìpi costituzionali e con una visione umanistica del diritto. Particolarmente significativa è la scelta di affiancare alla testimonianza personale una pluralità di voci. Operatori penitenziari, volontari, docenti universitari, rappresentanti delle istituzioni e avvocati penalisti contribuiscono a costruire un quadro complesso e articolato. Ne emerge una sorta di dialogo collettivo sul carcere, capace di superare gli stereotipi e le semplificazioni che troppo spesso dominano il dibattito pubblico. Il pregio maggiore del libro consiste proprio nella sua capacità di restituire complessità a una realtà che l’opinione pubblica preferisce spesso ridurre a slogan. Da una parte vi è l’esigenza della sicurezza e della certezza della pena; dall’altra il principio secondo cui nessun essere umano può essere definitivamente identificato con il proprio errore.
Di particolare rilievo sono la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi e la postfazione di Alessandro Bergonzoni. Due contributi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla convinzione che la dignità umana non possa essere sospesa neppure nel luogo della pena. Zuppi richiama il valore della misericordia e della speranza, mentre Bergonzoni utilizza il linguaggio della poesia e del paradosso per aprire nuove prospettive sul tema della giustizia.
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