Nel corso della settimana che si conclude abbiamo pubblicato, in quattro puntate, il memoriale scritto dal generale Mario Mori. Si tratta di un documento eccezionale perché racconta come, nel corso del 1992, prima la mafia e poi lo Stato posero fine a quella stagione eroica – stavolta l’uso di questo aggettivo non è rito – durante la quale pochi uomini e donne coraggiosi fecero guerra a Cosa Nostra mettendola con le spalle al muro. Parecchi di loro ci rimisero la vita. Terranova, Costa, Chinnici, Falcone, Morvillo, Borsellino, Giuliano, Dalla Chiesa, Cassarà, Montana… Ho scritto solo i nomi di alcuni tra i magistrati e i poliziotti che si impegnarono e lottarono al fronte.

Il memoriale del generale Mori è molto circostanziato. Nessuna delle sue affermazioni, mi pare, è priva di riscontri. Questo documento suona come un atto di accusa feroce verso una parte della magistratura italiana e – seppure non esplicitamente – verso la politica e il giornalismo che non sono riusciti a capire niente della mafia e hanno inseguito senza ragionare, e senza sapere, tesi infondate, dilettantistiche, politicamente orientate dalle ideologie o dal tifo, non dai fatti. In estrema sintesi, Mori descrive questa vicenda di inizio anni 90. Il gruppo di investigatori che sta intorno a Giovanni Falcone si rende conto che l’interesse grosso di Cosa Nostra è sugli appalti. E si inizia a indagare. Si raccolgono indizi, prove, si scoprono nuove piste, si ipotizzano collaborazioni. Borsellino è pronto a proseguire l’inchiesta, raccogliendo il testimone da Falcone. Ma a questo punto irrompono, seppure in modo evidentemente non collegato, da una parte la mafia, che uccide Borsellino, dall’altra parte un pezzo di magistratura, che seppellisce le inchieste e chiude, di colpo, le indagini sugli appalti, le connivenze, i rapporti tra Cosa Nostra, politica e imprese del Nord.

Scrive, testualmente, il generale Mori: «Alcuni esponenti della magistratura siciliana hanno consentito, con le loro decisioni, che le inchieste sul condizionamento degli appalti pubblici abortissero nella loro fase iniziale. Prima che tutti i protagonisti di queste vicende siano scomparsi saremmo ancora in tempo per analizzare e valutare le ragioni delle loro decisioni». Mi sembra che sia una sfida aperta. Qualcuno vorrà raccoglierla? Pensate che ci sono Procure che oggi indagano sulla base di vaghissime e inconcludenti frasi di Graviano (ex boss della mafia non corleonese) su Berlusconi e Dell’Utri, accogliendo tesi strampalatissime e che non si reggono in piedi (come ha spiegato bene ieri Damiano Aliprandi sul Dubbio) a proposito delle stragi del 1993. Hanno addirittura ordinato delle perquisizioni a casa di parenti di Graviano. Benissimo, proviamo a prendere sul serio queste indagini (per la verità un po’ comiche): perché allora non si indaga sui fatti denunciati in maniera non vaga, ma molto precisa, non da un ex boss ma da un generale dei carabinieri, e più precisamente dall’uomo che arrestando Totò Riina inflisse alla mafia il colpo più duro dopo il maxiprocesso?

Mori, nel suo memoriale, ha descritto svariate possibili ipotesi di reato. State tranquilli: saranno ignorate. Perché, per non ignorarle, bisognerebbe mettere in discussione troppi equilibri che ancora oggi governano il vertice della magistratura italiana. L’altro ieri sera il mio amico Giuliano Cazzola, collaboratore di questo giornale, ex sindacalista di vaglia, ex dirigente socialista, mi ha chiesto: ma come mai nessuno parla di questo clamoroso memoriale di Mori? Gli ho risposto nel modo più semplice. Perché il memoriale di Mori è un nuovo attacco al potere mafioso, e in Italia – escluso quel decennio degli eroi del quale ho appena parlato – non è mai esistito uno schieramento antimafia. Prima di Terranova e Chinnici, la tesi prevalente era che la mafia non esistesse. Gli intellettuali, salvo pochissimi, i giornali, salvo pochissimi, si adeguavano. Non volevano sapere, non cercavano, non capivano. Dal 1992 in poi si è ricreata esattamente la situazione precedente.

Con la morte di Paolo Borsellino è iniziata la restaurazione. per qualche anno, credo, Mario Mori e il capitano De Donno e pochi altri avventurosi combattenti, hanno provato a proseguire la battaglia. Poi sono stati messi all’angolo, e successivamente ripetutamente processati con la precisa accusa di essersi impegnati nello scontro con la mafia senza rispettare le gerarchie della magistratura. L’unica vera accusa a Mori è stata questa: hai agito contro la mafia senza avvertire il procuratore Giammanco. Mori ha risposto senza giri di parole: non mi fidavo di Giammanco e avevo perfettamente ragione. Dopo tutto questo sono tornati gli anni Cinquanta. Nessuno più combatte la mafia. Nessuno, neppure la conosce. Nessuno la considera un problema. È nata però, dopo il 1992, una nuova forma di antimafia. È una organizzazione fatta di retorica spinta all’ennesima potenza, di frasi fatte, che non ha mai neppure scalfito con un temperino la potenza mafiosa, ma ha prodotto infinite attività collaterali, spesso folcloristiche, spesso lucrose, spesso produttrici di nuove professioni, di successi, di prebende, di onori, e comunque di moltissimo potere ( e di parecchie scorte).

Ho risposto così a Cazzola: se nessuno si interessa del memoriale Mori è perché in Italia esiste la mafia e l’antimafia professionale, ma non esistono i nemici della mafia. Quelli che la combattono. Restano pochissimi individui, pochissimi intellettuali, pochissimi giornali, come era negli anni Cinquanta, che denunciano, raccontano, indicano le malefatte non solo della malavita ma anche dello Stato, dell’establishment, dell’editoria. Pensate al processo “trattativa”, coccolato da quasi tutta la stampa italiana. È stato dichiarato formalmente dalla Corte d’appello che era una bufala. Ma è una bufala che ha sviato, che ha rovesciato la realtà, che ha processato gli innocenti e taciuto sui colpevoli. Capisco che è un’espressione molto forte, ma oggettivamente – al di là della sicuramente ottima fede di alcuni magistrati che hanno preso un abbaglio – è stato un clamoroso depistaggio.

La mafia ha brindato. Dieci anni di idee farlocche, di inchieste bloccate, di indizi che svanivano. E su questo depistaggio è stata costruita una letteratura che resterà lì, negli archivi, indelebile. Soprattutto la letteratura televisiva. Pensate che mentre era in corso il processo di appello la Rai ha messo in onda una trasmissione colpevolista da fare accapponare la pelle. Nessuno ha chiesto scusa dopo la sentenza, nessuno ha pensato a riparare, neppure Fuortes, mi pare. Come mai? Te lo dico un’altra volta, caro Cazzola: della mafia, in Italia, non frega niente a nessuno.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.