Ventisette settembre, cento anni dalla nascita di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Personalità unica tanto da assurgere oggi al ruolo antonomastico (“Qui ci vorrebbe un Dalla Chiesa”…), guadagnò sul campo di battaglia tutti i gradi, passando da giovane brigadiere di Corleone a Generale di Divisione dei Carabinieri, e divenne il primo Prefetto in divisa di Palermo. Sarà lì, dopo soli cento giorni dall’insediamento, che Dalla Chiesa sarà barbaramente trucidato a colpi di kalashnikov da un commando mafioso agli ordini di Totò Riina, la sera del 3 settembre 1982. Il boss, conquistato il vertice della cupola di Cosa nostra, sarà arrestato nel 1993 proprio dal braccio destro di Dalla Chiesa: il generale Mario Mori, comandante del Ros. Il più stretto collaboratore di Dalla Chiesa, poi Direttore dei Servizi segreti (Sisde), racconta al Riformista il Dalla Chiesa privato, in un ritratto inedito. Chiamiamo il Generale Mario Mori, la linea è disturbata da un sottile rumore metallico. La conversazione si interrompe. Richiamiamo. Mori scherza: «Sono i servizi deviati, non ci faccia caso».

Dev’essere il maltempo, la linea è disturbata.
È tanto che è disturbata, la linea… ma andiamo avanti. Vuole sapere come definire il Generale Dalla Chiesa? Partiamo con una domanda difficile. Dalla Chiesa è indefinibile. Una personalità particolare, unica.

Da che punto di vista?
È difficile inquadrarlo. Una presenza eminente, carismatica. Mi sembrava una sintesi tra una personalità di tipo ottocentesco e un manager di ultima generazione. Noi gli davamo tutti i soprannomi più disparati. Scherzando, nella squadra, lo chiamavamo Egli. Prendendolo un po’ in giro, come fosse un Padreterno. Quando eravamo un po’ incazzati lo chiamavamo Khomeini. Sempre con tanto rispetto, sia chiaro.

Cosa aveva di ottocentesco e cosa del manager moderno?
Aveva uno stile non militaresco ma certo militare. E un linguaggio che non era desueto ma ricercato. Certamente non comune. Un linguaggio colto, come la sua scrittura, sempre molto puntuale. L’approccio nei nostri confronti era distaccato ma mai freddo. Severo. Era un uomo severo, anche e forse soprattutto con chi gli stava più a cuore. Mai scortese.

Un uomo che ha attraversato la storia, si è unito alla Resistenza, è stato ricercato dai nazisti, poi ha combattuto il terrorismo e infine la mafia…
Ed è rimasto brillante, affascinante. Per molte signore, incluse le nostre mogli, era il più affascinante.

E sul lavoro?
È stato un professionista impeccabile, un grande precursore. Un manager della sicurezza nel senso moderno. Rispetto ai suoi pari grado, ai generali come lui, era avanti di venti o trent’anni.

Un innovatore, quindi.
Aveva una modernità intellettuale con cui affrontava il livello strategico della problematica operativa. Era svincolato dalla prassi della ripetitività del quotidiano, dalle abitudini. Sapeva mettere la flessibilità al centro, muovendo verso l’obiettivo in modo policentrico. Ci insegnò a non perseguire una sola idea fissa e a dubitare fino all’ultimo delle certezze, mettendo semmai in campo più ipotesi contemporaneamente.

Inventò il Ros, forse anche indicando una rotta che anni dopo ispirerà la nascita del Pool antimafia. Selezionò una “prima squadra” da dedicare al solo contrasto mafioso…
Sì, seppe dedicare ai grandi fenomeni di criminalità mafiosa la stessa attenzione che fino a allora lo Stato aveva rivolto al terrorismo. E stata l’intuizione che non si poteva contrastare questi fenomeni così specifici se non si disponeva di una avanguardia di personale particolarmente preparata al contrasto, ovviamente scegliendo gli uomini che per propensione e preparazione potevano essere i più idonei a farlo, questo contrasto.

Qual era il principio?
Il suo concetto era questo: quando c’è un fenomeno nuovo di grandi dimensioni, che non è la solita criminalità, bisogna affrontarlo con gente specializzata che individui le caratteristiche del gruppo e della struttura criminale e la combatta. Quando poi avremo inquadrato questo fenomeno, allora potranno subentrare tutte le forze di polizia, perché prima c’è bisogno di impostare le investigazioni in un certo modo, e quando il quadro è chiarito si estende la partecipazione a tutte le forze di polizia. Ma l’investimento andava fatto sugli “specialisti”, come allora ci chiamavamo.

Con quali caratteristiche venivano svolte le indagini?
L’osservazione, insieme al controllo, al pedinamento e alla conoscenza di tutta la cultura del “nemico” era uno dei punti centrali delle investigazioni di Dalla Chiesa. Ero con lui nel 1978, per la prima volta. Per contrastare le Brigate Rosse lui fu il primo a chiederci di entrarvi nel merito. Ci disse di studiare tutto, di ripetere ad alta voce i loro slogan. Di masticare la loro ideologia, per provare a intuire dove andavano a parare, a colpire, e magari anche a nascondersi. Un metodo immersivo, si direbbe oggi.

Entrare in contatto mentale con il nemico.
La sua convinzione era che bisognava conoscere e possibilmente anche usare il vocabolario e le tecniche degli avversari per essere in grado di individuare il filo conduttore dei loro ragionamenti e di anticipare le loro mosse: “Sapere il più possibile dell’avversario, far sapere il meno possibile di noi”.

Per sapere qualcosa in più di voi: è vero che le sue squadre diventavano una famiglia?
Non ci voleva mai mollare. La sera si faceva il punto della situazione e si rimaneva a cena insieme. Quando eravamo fuori ci offriva anche il pranzo. Ma seduti a tavola si continuava a lavorare, ci si scambiava informazioni.

Erano cene importanti, strutturate?
Andavamo a mangiare una pizza. Quasi sempre pizza. Dovevamo stare leggeri, sobri nel mangiare e ancora di più nel bere. Si faceva il punto della giornata e il briefing per quella successiva. E ci davamo i tempi delle indagini, dei filoni, che sapevamo essere asimmetrici.

Cosa vuol dire? Non necessariamente i più brevi?
Non necessariamente. Dalla Chiesa ci diede questa impostazione, che io ho poi fatto mia: quando si individua il covo di un ricercato, si dedica tutto il tempo necessario all’appostamento e alle osservazioni. Si disegna tutto il tracciato sotterraneo dei suoi contatti. E si decide di intervenire solo in base a un ragionamento bilanciato tra opportunità e rischi. Perché ogni pedina porta a un’altra. Noi non abbiamo mai avuto il compito di fermare il singolo ma di individuare tutta l’articolazione delle organizzazioni criminali.

Questo ha portato in alcuni casi a polemiche e anche a qualche procedimento giudiziario.
Abbiamo agito sempre nell’interesse delle indagini, come è stato appurato. Se tu scopri che ci sono sedici terroristi in una determinata area, ci insegnò Dalla Chiesa, non ne devi arrestare sedici. Ne arresti dodici, al massimo tredici. Perché quei tre che rimangono andranno in fibrillazione, contatteranno il resto dell’organizzazione e solo seguendoli e intercettandoli puoi arrivare alla fine ad arrestarli tutti.

Ha fatto l’esempio dei terroristi. Vale anche per Cosa Nostra, per Riina?
Quando abbiamo arrestato Riina lo avevamo nel mirino, lo abbiamo seguito per un po’, sapevamo che ci avrebbe condotti ad altri. Come è noto, il capitano De Caprio è entrato in azione quando è stato più opportuno farlo. Era un pesce troppo grosso per rischiare. Con la tecnologia di oggi si possono fare molte più cose, inclusi i pedinamenti satellitari, i filmati infrarossi da lunga distanza, anche di notte. Ma il successo, quando si indaga, sta sempre nella testa degli uomini che comandano. E di Dalla Chiesa ce n’è stato uno solo, in Italia.

Perché è stato ucciso, arrivato da poco a Palermo?
Ci sono state tante ipotesi. Quello che è certo, è che è stato il commando mafioso su mandato di Riina. Nelle condizioni in cui Dalla Chiesa era stato mandato a combattere in Sicilia, la condanna a morte da parte di quell’ignorante e della sua banda è segno di una grande sopravvalutazione.

Ci spieghi meglio.
Dalla Chiesa aveva un nome e un prestigio che gli derivavano dal suo passato, ma i poteri che aveva a Palermo erano limitati. Non aveva gli strumenti che gli servivano. Dalla Chiesa si rendeva perfettamente conto di essere finito in un vicolo cieco, in una condizione in cui non poteva rendere quanto potenzialmente avrebbe potuto rendere.

È stato sovraesposto, alla fine?
Non era in grado di svolgere un mandato di ampio potere, come quello con cui avrebbe potuto davvero contrastare le mafie, come si aspettava la pubblica opinione. Se ne rese conto, non mancò occasione di chiedere al governo una forza che non gli arrivò mai. “Il Prefetto di Palermo ha gli stessi poteri del Prefetto di Forlì”, fece rispettosamente notare. Quando morì era un uomo amareggiato. Straordinario, esemplare, ma come spesso accade agli eroi, solo.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.