Il 3 settembre si è celebrato il trentottesimo anniversario della strage di Via Isidoro Carini, teatro del barbaro martirio per mano mafiosa del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Prefetto di Palermo, di sua moglie, Elisabetta Setti Carraro, e della guardia scelta della Polizia di Stato Domenico Russo, che seguiva l’A112 guidata dalla giovane signora. Si è detto e scritto tanto su quel tragico evento, che eliminò, assieme ad altre due vittime – una del dovere, l’altra dell’amore – chi era stato capace di sconfiggere il terrorismo brigatista. Con metodi, secondo alcuni, sicuramente da emergenza nazionale. Ma che non ha avuto lo stesso tempo, gli stessi mezzi e la stessa fortuna per affrontare un altro non meno pericoloso pericolo per il Paese: quello della Mafia.

Al di là di ogni lettura ed interpretazione di quell’eccidio, per molti aspetti ancora non chiari, resta il fatto che esso rappresentò un momento storico della lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso nel nostro Paese.
Tra i tanti commenti letti in questi giorni sui media e sui social, mi ha colpito particolarmente quello postato su Facebook da Alfredo Musumeci, che è un generale in congedo della Guardia di Finanza. Quella stessa Guardia di Finanza che, per la cronaca, attraverso due suoi militari richiamati dagli spari nella propria caserma che aveva sede in piazza Sturzo, distante poche decine di metri dall’eccidio, fu la prima forza di polizia ad intervenire.

‹‹Oggi è l’anniversario della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – scrive il generale Musumeci – e ricordo che quando accadde ero ancora giovanissimo comandante di tenenza in quel di Termoli, in Molise. Nell’apprendere la notizia non ne compresi neppure da lontano la reale portata. La mafia non era ancora sulle bocche di tutti allora. Sono passati trentotto anni e oggi tutti parlano di mafia e di mafie. Per dirla citando un grande siciliano quale Sciascia, ne parlano “uomini, mezzi uomini, ominicchi e quacquaracquà”. E molti, forse, anche oggi lo ricorderanno, il generale Dalla Chiesa, con il solito déja vu: festival di commemorazioni e di parole qua e là sull’eroe e sull’uomo dello Stato vittima del dovere e di mani assassine. Parole che scivoleranno sulle coscienze come un film e, dopo i titoli di coda, tutto tornerà come prima. E non va bene. Non vanno bene le commemorazioni e i fiumi di parole alate se, poi, le coscienze e i comportamenti collettivi non cambiano.

Con tutto il rispetto per i caduti, è proprio questa la vera questione. Crogiolarsi nei riti, continuare solo a celebrare i martiri e gli eroi è il tragico segnale di qualcosa che non va. Vuol dire che ci sono un Paese e una realtà che non girano come dovrebbero e in cui non tutti fanno ciò che sono chiamati a fare. E il vero sogno da realizzare dovrebbe essere, invece, proprio quello: un Paese reale fatto di sane e oneste normalità che, giorno per giorno, costruiscono una vita reale di sana e onesta normalità e in cui non c’è più bisogno di santi, martiri ed eroi. Perché se c’è bisogno di quelli vuol dire che la realtà è molto malata. E che i più non vogliono neppure farla guarire››. Pur nel rispettoso ricordo di un eroe come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e degli altri due martiri trucidati assieme a lui, come si può dare torto a Musumeci?

Troppe lacrime di coccodrillo, versati per altri eroi, discreti e silenziosi, come i Falcone, i Borsellino e i Chinnici, e troppi «professionisti dell’antimafia» ho visto nella mia vita. Come troppe carriere di magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti e politici costruite immeritatamente sul sangue di autentici martiri ed eroi. Coi quali nulla hanno a spartire, se non le foto a volte indegnamente e pomposamente esposte nei loro uffici. Mi è persino capitato di conoscere magistrati padani che, per aver prestato servizio solo qualche mese (sì, mesi, non anni!) in una procura della Repubblica siciliana, si sono presentati in Europa come magistrati antimafia. Cosa che avrebbe fatto sicuramente sorridere Giovanni Falcone, che era solito sostenere che ‹‹solo un siciliano intriso di sicilianità può comprendere il fenomeno mafioso e combatterlo››.

Ma in Europa a volte basta solo essere siciliano (se non semplicemente italiano) per essere qualificato «mafioso». Così come altre volte basta solo essere magistrato italiano (magari di Trento, Bolzano, Torino o Aosta) per potersi presentare col pedigree di «magistrato anti-mafia». Ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Soprattutto di chi li sa vedere e valutare. Onore quindi ai veri Eroi e Martiri della Repubblica, come il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sognando però un Paese normale. Che, come ammoniva Bertolt Brecht, non abbia bisogno di eroi, ma che sappia anche riconoscere e sbeffeggiare i falsi «professionisti dell’Antimafia» assieme a troppi autoproclamati eroi. Di cartone.

Da sempre Patriota italiano ed europeo. Padre di quattro giovani e nonno di quattro giovanissimi europei. Continuo a battermi perché possano vivere nell’Europa unita dei padri fondatori. Giornalista in età giovanile, poi Ufficiale della Guardia di Finanza e dirigente della Commissione Europea, alternando periodicamente la comunicazione istituzionale all’attività operativa, mi trovo ora nel terzo tempo della mia vita. E voglio viverlo facendo tesoro del pensiero di Mário De Andrade in “Il tempo prezioso delle persone mature”. Soprattutto facendo, dicendo e scrivendo quello che mi piace e quando mi piace. In tutta indipendenza. Giornalismo, attività associative e volontariato sono le mie uniche attività. Almeno per il momento.