Con lo schermo blu della morte non si scherza mica. Dopo le prime ore di panico, la giornata di ieri è sembrata scivolare verso un clima da scampato allarme. Non è un cyber-attacco, Putin per una volta non c’entra. Il crash di Microsoft che paralizza mezzo pianeta è dovuto a un banale aggiornamento di software. Ma il sollievo dura poco. Questo blackout così repentino e totale ci lascia tutti sospesi nel nulla. Banche, trasporti, uffici, comunicazione. Non è un semplice down, ma un nuovo lockdown. Solo che quello del Covid ci sembrava piovuto dal Caso, questo direttamente da noi. Dalla nostra dipendenza dalle Big Tech.

In mezzo al guado

Ne ha parlato di recente il deputato riformista Enrico Borghi, commentando il massiccio appoggio di Elon Musk e di altri boss della Silicon Valley all’ormai favoritissimo Donald Trump: “È una straordinaria vicenda di potere. E di crisi della democrazia. Perché il demos, il popolo, trasferisce il proprio kratos, il potere, sulla base del peso e del condizionamento delle piattaforme digitali che ne condizionano, ne plasmano e ne indirizzano l’opinione, nel frattempo fatturando su di essa’’.
Tutti sanno, tutti vedono. Ma nessuno agisce. A stare in mezzo al guado evidentemente si fatica di meno che a lottare per scrivere le regole di un nuovo mondo. Non è solo una questione tecnologica. Il campo delle democrazie è paralizzato da sé stesso. Il caso-Biden è emblematico. Un’elezione si può anche perdere, ma farlo senza neppure giocarsi la partita indica una situazione patologica.

La crisi dell’Europa

Se attraversiamo l’Atlantico la situazione non è meno intricata. È ingessata la Francia di Macron. A fine giugno si è festeggiato un capolavoro politico che non c’era visto che, dopo aver oggettivamente rafforzato l’estrema destra e l’estrema sinistra, le settimane trascorrono fra riti e adempimenti privi di visione politica. È nel guado anche l’Europa, che nomina i suoi vertici ma non disegna la sua strategia, ancora inchiodata agli egoismi nazionali. Non si comprende quali siano le prossime mosse in economia, ambiente e politica estera, sulla prorompente questione africana la soluzione è la nomina di un commissario, e non si fanno passi avanti sulla madre di tutte le riforme: per resistere alle autocrazie, non si può più pensare di agire componendo gli interessi di 27 paesi. L’ormai indifferibile cessione di sovranità da parte dei singoli Stati resta sullo sfondo, perché gli europei – anche loro – pensano di entrare nel nuovo mondo con i paradigmi del vecchio.

Meloni e i non nemici dell’estrema destra

In Italia, il guado è particolarmente affollato. Spicca sui tutte la retromarcia europea di Giorgia Meloni. Al contrario del suo padre politico Gianfranco Fini, che pure non aveva in mano il partito di maggioranza relativa, la premier si ferma sulla soglia della vera svolta politica. E, al di là delle spiegazioni di circostanza, lo fa per il solito riflesso condizionato di paura del nuovo, che porta a ripiegare sulle proprie rassicuranti sponde. Come il PCI, che per decenni aveva come unica bussola quella di non avere nemici (cioè concorrenti) a sinistra, Meloni si accerta di non averne a destra. Al suo partito nel 1994 Giorgio Napolitano indirizzò un pamphlet intitolato proprio così, “In mezzo al guado”, esortandolo a entrare nella nuova stagione politica e storica con un approccio diverso, ad esempio facendo sua la tradizione del socialismo riformista, a iniziare dalle sigle. Il PCI-PDS-PD non lo ascoltò mai, e il risultato è un trentennio di sconfitte intervallate da governi tecnici di emergenza.

Il poco coraggio di Elly

E proseguendo la lista, fra i partiti riformisti divisi su calcoli di bottega e i Cinque Stelle sospesi fra la palingenesi delle origini e l’ordinario massimalismo di oggi, spicca il Pd di Elly Schlein. Tanti annunci sul nuovo che con lei è avanzato fino a vincere contro tutti, per rimettere insieme i soliti schemi di gioco. La retorica sui pericoli per la democrazia che fu già di Berlinguer e di D’Alema. Le manifestazioni giustizialiste con tanto di foto ricordo finale. La strategia, ogni volta presentata come geniale novità, di mettere insieme tutti: ieri da Mastella a Bertinotti, oggi da Calenda a Fratoianni. Nell’ebbrezza dell’assist-gol, Matteo Renzi fa sapere che si può fare. Il guaio è che quando si è fatto, poi è durato il tempo che dura la luce sulle scale del pianerottolo.

Non è solo questione di formule, ma di idee, di scelte politiche. Sul Corriere della Sera, Alberto Brambilla cita i dati sull’invecchiamento della popolazione: gli ultra 65enni sono oggi il 24% della popolazione e sono destinati a diventare oltre il 35% nel 2045/2050, gli ultraottantenni sono destinati a raddoppiare. Poi fa le sue proposte e conclude: ma ci sarà un politico che vorrà farla? Certo che no. In mezzo al guado si galleggia meglio e si può sempre dare la colpa ai governi precedenti, al Superbonus o all’incombente fascismo.

Sergio Talamo

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