Da giorni si sentiva “braccato” e “in pericolo di vita”, e aveva espresso ai suoi familiari la volontà di tornare al più presto in Italia. Non ha fatto in tempo, Luca Ventre, morto in circostanze misteriose all’interno del cortile dell’ambasciata italiana di Montevideo la mattina dell’1 gennaio. Cittadino italiano, 35 anni, residente in Uruguay da otto anni insieme al padre Mario ma di origini lucane e con una figlia di soli 8 mesi, Luca si era recato la mattina del primo dell’anno davanti all’ambasciata in via Josè Ellauri.

Dalle telecamere di sorveglianza lo si vede parcheggiare il suo pick-up poco dopo le 7, ma dopo aver suonato alla porta non riceve nessuna risposta. L’uomo – che in mano ha una cartellina portadocumenti – decide così di scavalcare il cancello di ingresso, ma una volta arrivato dall’altra parte si trova davanti una guardia privata e un agente di polizia locale armato. Fatto insolito, visto che la prassi vuole che l’ambasciata sia presidiata da forze italiane.

Gli uomini escono dall’inquadratura della videocamera, per poi ri-apparire poco dopo: Luca, camminando, si porta nuovamente nei pressi del cancello e cerca di scavalcarlo per uscire. A quel punto la guardia lo rincorre, lo afferra e lo immobilizza. Il poliziotto invece lo scaraventa a terra, e lo tiene per il collo. Luca si era mostrato disponibile con i due, inginocchiandosi con le mani dietro la schiena e tentando di divincolarsi solo dopo essere stato afferrato alla gola. La guardia si allontana al telefono e prende la pistola del poliziotto, mentre l’agente continua a tenere il braccio premuto sul collo di Luca, posizione che manterrà per circa un quarto d’ora, fino a quando il cittadino italiano smette definitivamente di muoversi.

Alle 7 e mezza il poliziotto si alza, lasciando il corpo svenuto in terra, e i due uomini della sicurezza iniziano una lunga serie di chiamate. Dalle immagini si nota anche come le manette non siano mai state utilizzate. Dopo dieci minuti il cancello dell’ambasciata si apre, ed entrano tre persone: due di loro ammanettano Luca, ancora a terra immobile, e lo sollevano di peso per caricarlo in auto. Il mezzo si dirige poi verso l’ospedale “De Clìnicas”, che dista appena 4 chilometri e viene raggiunto in meno di cinque minuti.

Sul viaggio i due agenti in auto hanno fornito versioni discordanti: uno sostiene che Luca, dopo essere apparso negli ultimi venti minuti in ambasciata inerme, si è svegliato ed è diventato “violento”, mentre il secondo lo ha descritto come “semi-incosciente” e con i sintomi di un arresto cardiaco in corso. Dalle immagini delle telecamere di sorveglianza poste all’ingresso dell’ospedale, però, si vede Luca – in evidente stato di incoscienza – seduto su una sedia a rotelle spinta dagli agenti, che gli sorreggono la testa e le gambe.

Quello che accade all’interno della struttura resta ignoto, e la ricostruzione è affidata alle versioni – contrastanti – del personale medico. Una dottoressa del pronto soccorso dichiara che Luca le viene consegnato alle 8.06 già morto, mentre un’infermiera, sostiene che Luca sia entrato nel reparto emergenze con le convulsioni, e sia andato poco dopo in arresto cardiaco. L’autopsia effettuata dal medico legale non ha evidenziato particolari traumi o lesioni, ma il cervello presentava uno stato edematoso compatibile con la morte da asfissia. Il cuore è risultato sano e non sono stati rilevati indizi compatibili con un arresto cardiaco.

In una nota del Ministero degli Esteri si legge che “il personale dell’Ambasciata si è immediatamente attivato” appena appreso dei fatti, “permettendo i rilievi della polizia scientifica, mettendo in sicurezza le registrazioni video e recandosi in ospedale”. L’Ambasciata si è poi immediatamente attivata sia presso la magistratura uruguaiana che presso quella italiana: sono state aperte rispettivamente due inchieste, che sono tutt’ora in corso. La viceministra Emanuela Del Re ha scritto ai familiari di Luca, assicurando la piena assistenza della Farnesina e “auspicando che sia fatta al più presto giustizia sul caso”.

Restano i dubbi sul perché Luca abbia scavalcato il cancello dell’ambasciata. Un gesto che forse è stato commesso per cercare protezione: al Tg3 il fratello ha rivelato come Luca avesse paura di essere “braccato” da qualcuno e si sentisse in pericolo di vita. Era andato in ambasciata per cercare salvezza, e proprio lì, circondato da agenti di sicurezza, ha trovato la morte.

Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.