Lunedì 18 ottobre il monaco buddhista Geshe Tempel sarà presente presso la Casa Circondariale di Poggioreale per una visita alle persone detenute nell’ambito dei percorsi di consapevolezza che Liberation Prison Project Italia tiene a Napoli come in altre carceri italiane.

Questa visita è particolarmente importante, dopo l’emergenza sanitaria, anche come segno di ripresa del pieno operato dell’Associazione negli istituti di detenzione. Liberation Prison Project è attiva in carcere con i propri operatori dal 2009 e promuove percorsi di consapevolezza di gruppo e percorsi individuali principalmente per le persone detenute ma anche per il personale degli Istituti.

Geshe Tempel ha già fatto visita alle persone detenute in altre occasioni presso il carcere di Bollate e di Massa. Risiede all’Istituto Buddhista Lama Tzong Khapa di Pomaia, dove il progetto di Liberation Prison Project ha preso vita anche in Italia, seguendo le orme di quanto fondato negli Stati Uniti da un’altra monaca, la Venerabile Robina Courtin. Era il 1996.

La vita di un monaco ha, in un certo senso, numerosi aspetti in comune o almeno simili a quelli che contraddistinguono la quotidianità di una persona detenuta: il tempo a disposizione per riflettere su di sé, lo stare in un ambiente ristretto, e la convivenza con persone con le quali è necessario “fare comunità”.

Anche per questo Geshe Tempel ha piacere a incontrare la popolazione detenuta: non solo per portare una parola di conforto, ma proprio per riuscire a trasmettere – in termini di esperienza diretta – questi temi, mostrando come alcuni aspetti del quotidiano, perfino di una persona detenuta possano essere vissuti in termini di opportunità di trasformazione, per rendere il tempo che trascorre non un tempo sospeso ma una fase di vita che può portare a prese di consapevolezza importanti.

I valori di riferimento dell’Associazione sono ispirati, in modo laico, alla filosofia di matrice buddhista che realmente aiuta le persone a sviluppare strumenti in grado di alleviare le proprie sofferenze. Il metodo si fonda sul convincimento che se il tempo della detenzione viene sfruttato per lavorare sul piano introspettivo e dell’autotrasformazione, al termine dello stesso, la consapevolezza acquisita e la comprensione delle dinamiche mentali possono offrire un significativo contributo di sollievo e un aiuto alla delicata fase del reinserimento in società.

Le persone detenute che hanno seguito i “gruppi di consapevolezza” hanno evidenziato maggiore benessere psicologico, maggiore auto-accettazione, una più spiccata capacità di gestione delle emozioni e un livello di rabbia inferiore rispetto a periodi precedenti.