È una nuova mappa del Medio oriente quella che si sta creando con la crisi di Hormuz. Sulla scena appaiono nuovi protagonisti, altri si stanno riposizionando e vecchie glorie risultano in palese declino. Il Pakistan è la vera new entry. Paese non mediorientale, con un arsenale nucleare e che vanta un canale di dialogo diretto con Cina, Iran e Usa. Questo gli ha permesso di condurre fin dalle prime fasi i negoziati oggi in corso tra Washington e Teheran.

C’è poi la Turchia. Nel ricamo della tela di Erdogan si legge chiaramente la parola “Sultanato”. Ora che si è fatta protettrice della nuova Siria di Ahmed al-Sharaa e di Hamas – in partnership con il Qatar – Ankara mira a ricostruire una sfera di influenza che richiama l’Impero ottomano. Con tanto di proselitismo islamista – alle volte jihadista – grazie alla longa manus della Fratellanza musulmana e investimenti finalizzati a ingraziarsi le popolazioni locali. Viene da chiedersi quanto sia invidioso Putin di questo successo. Il suo progetto, altrettanto ambizioso, di ricostituzione dell’impero sovietico è in panne nelle trincee dell’Ucraina. Dalla Siria alla Libia, Erdogan sta erodendo le sponde sul Mediterraneo che Mosca vantava ai tempi che furono.

Interessanti anche le mosse dell’Arabia saudita. A marzo, Riyadh e gli altri Paesi del Golfo sono diventati la prima linea di un conflitto fuori programma. Hanno iniziato così a riponderare la fiducia verso gli Stati Uniti. Sul modello di un congresso di Vienna dei nostri giorni, si sono seduti al tavolo con Turchia e Pakistan. Hanno ripreso i contatti con l’Iran. Appena all’inizio del mese, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ministro degli esteri saudita, si è confrontato al telefono con il suo omologo iraniano, Abbas Araqchi, proprio per capire come riaprire lo Stretto di Hormuz, senza danni ulteriori. Che poi parlare della monarchia saudita come di un monolite alla stregua dei Royals inglesi è eufemistico. Si stima che i principi di casa reale siano circa 15mila.

Vogliamo davvero credere che siano tutti d’accordo con Mohammed bin Salman? Per quanto sia proprio lui l’autore di una politica di proiezione regionale del Paese. Una strategia che va dagli accordi di Abramo alla ritrovata ambizione di un nucleare saudita. Nel momento in cui il piano nucleare iraniano non è stato annientato, il Pakistan ha un suo arsenale nucleare, come più in là India e Cina, non si capisce per quale motivo il primo produttore di petrolio al mondo non possa disporre di altrettanto.

Due, a sua volta, sono i Paesi in difficoltà. Israele è costretto a resistere, da solo, contro i proxy iraniani. In più gli si chiede di mandar giù un boccone amarissimo in nome della normalizzazione di rapporti con l’Arabia saudita: il riconoscimento dello stato palestinese. Ma il vero tramonto è quello che cala sulle piramidi del Cairo. Neanche vent’anni fa, erano i faraoni Nasser, Sadat e Mubarak a disporre di vita e di morte della geopolitica mediorientale. Oggi l’Egitto non tocca più palla.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).