Poi ci lamentiamo della fuga dei laureati
Il paradosso del mondo del lavoro: vogliamo i giovani ma “con esperienza specifica”, così via ai contratti brevi e non all’apprendistato
Quasi un’assunzione su tre tra quelle programmate dalle imprese venete riguarda un under 30: il 31 per cento, secondo le previsioni Excelsior di Unioncamere per maggio. Sembra una porta spalancata. Lo è meno di quanto appaia, perché la stessa rilevazione segnala che il 62 per cento delle aziende, al momento di assumere, pretende esperienza specifica o maturata nello stesso settore.
Letti insieme, i due numeri disegnano il paradosso che chi cerca il primo impiego conosce a memoria. Il sistema dichiara di volere i giovani e nello stesso istante chiede loro ciò che, per definizione, un giovane non ha ancora accumulato: un passato professionale. La statistica li include — un terzo delle entrate previste è loro — ma il requisito li ferma sulla soglia. È un’inclusione condizionata, che regge finché si resta nella colonna delle intenzioni e si complica appena si passa al colloquio.
Il meccanismo non è ostilità, è prudenza d’impresa. In un mercato dominato dai contratti brevi — il 78 per cento delle assunzioni è a termine — l’azienda ha poco tempo per formare e molto da rimettere se sbaglia: chiede esperienza perché chiede una garanzia, e scarica sul candidato il rischio che non intende correre. Il risultato è un imbuto. Si entra solo se si è già entrati altrove, e chi parte da zero finisce per accettare il sottoinquadramento, lo stage che si ripete, la mansione sotto il titolo di studio, pur di allineare quelle righe di curriculum che gli verranno chieste alla porta successiva.
Eppure lo strumento per spezzare il circolo esiste già: l’apprendistato, pensato per assumere formando, che proprio in Veneto resta sottoutilizzato di fronte alla valanga dei contratti a termine. Si sceglie il tempo determinato, più rapido e meno impegnativo, anziché l’investimento che insegnerebbe un mestiere a chi non lo conosce ancora. Così la formazione, da compito condiviso, torna a essere un problema del solo candidato.
Per una regione che lamenta la fuga dei propri laureati e l’inverno demografico, è un cortocircuito costoso. Il Veneto ha bisogno dei suoi giovani assai più di quanto i suoi annunci di lavoro lascino trasparire. Continuare a domandare esperienza a chi non ha avuto modo di farsela equivale, alla lunga, a spingere i giovani veneti verso altri mercati, più lungimiranti.
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