Dove l'IA sta cambiando il futuro del lavoro in città
Il paradosso di Milano: il lavoro “di serie B” che batte le lauree: la vendetta degli istituti tecnici
Il paper di Stanford contiene anche un dato utile, che Milano può fare suo: il calo probabile delle assunzioni giovanili non riguarda tutte le occupazioni esposte, ma solo quelle in cui la tecnologia sostituisce i compiti umani. Dove li affianca, i giovani entrano ancora. La distinzione è operativa prima che accademica. Un revisore apprendista che passa le giornate a riconciliare voci di bilancio perde terreno; un tecnico che usa gli stessi strumenti per fare diagnosi su un impianto, no. La geografia milanese si ribalta. A patto – ancora una volta – di ragionare su un perimetro metropolitano.
Il quadrilatero Milano-Monza Brianza-Lodi-Pavia dichiara da anni una difficoltà di reperimento vicina alla metà delle posizioni ricercate, oltre il cinquanta per cento sui profili tecnici. Il dato vale per tutto il paese: nel 2025, secondo il Sistema informativo Excelsior, il 47% delle entrate programmate in Italia è risultato di difficile reperimento. Sono mestieri che l’immaginario milanese ha smesso di considerare: manutenzione industriale, impiantistica, meccatronica, logistica specializzata, artigianato di precisione della Brianza. Milano li ha lasciati agli istituti tecnici mentre spediva i propri figli a fare comunicazione e finanza, e adesso scopre che quel lavoro di serie B è più difendibile del cognitivo di serie A.
Il confronto è impietoso. L’ultimo monitoraggio nazionale sugli ITS Academy indica l’87% dei diplomati occupato a un anno dal titolo; per i laureati AlmaLaurea si ferma attorno al 75% al primo livello e al 77% alla magistrale. Nel 2025 le imprese ne hanno cercati quasi 120mila e non ne hanno trovati 67mila. E oltre la metà degli studenti in uscita dalle medie sceglie il liceo, a fronte di un fabbisogno di 160mila diplomati tecnici l’anno contro i 153mila che escono davvero. Non è un elogio del ritorno alle mani: sono mestieri ad altissimo contenuto tecnologico, e chi li fa lavora con software che dieci anni fa stava in un centro ricerche.
È la constatazione che il prestigio milanese si è costruito manipolando simboli e non oggetti, con un presupposto implicito: che manipolare simboli restasse ad alto valore, e non lo è più. Il resto è cultura: Milano vive l’istruzione tecnica come un ripiegamento. Col rischio sempre più vicino di avere ventenni sovraistruiti in coda per posizioni che si chiudono, e posizioni aperte che nessuno vuole.
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