Mancano quasi 2,4 miliardi di metri cubi d’acqua. Il presidente Alberto Stefani ha firmato l’ordinanza numero 72 — pubblicata già il giorno dopo la sigla sul Bollettino ufficiale regionale — e con quella firma la Regione ha messo nero su bianco ciò che i consorzi di bonifica misuravano da settimane: il Veneto è in stato di emergenza idrica su tutto il territorio.

La cifra viene dai rapporti Arpav richiamati nel provvedimento e fotografa l’intero anno idrologico al 31 maggio: un deficit del 28% rispetto alla media. Non è un dato di giornata, è un debito accumulato. Le precipitazioni sono scese sotto la media già da marzo (-21%), aprile è stato tra i più asciutti e caldi della serie recente, maggio ha chiuso ancora in negativo (-17% secondo il bollettino di Anbi Veneto). E la riserva che di solito compensa l’estate — la neve di montagna — si è esaurita troppo presto, sciolta dalle temperature anomale di aprile e maggio, con lo zero termico stabilmente sopra i quattromila metri.

La conseguenza si legge negli idrometri, ed è pesante. Le portate dei tre grandi fiumi che alimentano l’agricoltura veneta sono crollate: l’Adige segna un -68%, il Brenta un -64%. Ma è il Po il fronte più critico: a Pontelagoscuro la portata è scesa attorno ai 298 metri cubi al secondo, meno di un quinto della media storica del periodo, che sfiora i 1.600, e sotto i due terzi della soglia critica di 450. Il fiume cala di una ventina di centimetri al giorno, con il livello idrometrico attorno ai -6,4 metri. Anche il Garda, il grande serbatoio naturale che alimenta il Mincio, è in discesa. Da quella soglia di 450 metri cubi nasce la preoccupazione che l’ordinanza mette in cima a tutto: sotto quel valore il mare risale il ramo terminale del Po e il cuneo salino avanza nel Delta. È già successo. L’acqua salata ha risalito oltre dieci chilometri nell’entroterra, il Consorzio di bonifica Delta del Po ha chiuso derivazioni e sifoni e fermato alcune irrigazioni, perché distribuire acqua salmastra sui campi significa bruciarli. Confagricoltura Veneto stima perdite superiori al 25% sul raccolto estivo tra riso del Delta Igp, mais e orticole del Polesine, dove la salinizzazione dei suoli lascia danni che durano stagioni.

L’ordinanza traduce l’allarme in gerarchia. Vale il principio dell’articolo 167 del codice dell’ambiente: nei periodi di siccità l’acqua va prima al consumo umano, poi all’agricoltura. Il che significa, in concreto, che il primo taglio ricade sui prelievi agricoli rinviabili. Ai consorzi irrigui la Regione chiede piani di siccità e uso accorto della risorsa; ai gestori degli invasi idroelettrici di montagna di trattenere acqua invece di rilasciarla; agli enti d’ambito di avvisare i Comuni sulle limitazioni possibili agli usi non essenziali — giardini, orti, autolavaggi, piscine, fontane ornamentali.

Ad Anci Veneto il compito di far scendere le raccomandazioni fino ai pozzi domestici, con la richiesta di valutare la sospensione dei prelievi da falda per gli impieghi meno urgenti. Le misure straordinarie che un tempo scattavano a luglio inoltrato, quest’anno erano già operative a fine giugno. Nel Bellunese le dighe Enel del Corlo e del Senaiga sono state aperte con settimane di anticipo per alimentare il Brenta. Il termine di paragone resta la siccità del 2022, quando a luglio il Po toccò a Pontelagoscuro il minimo storico di 114 metri cubi al secondo: la crisi di quest’anno è arrivata prima, su una montagna già senza neve, ma non ha ancora raggiunto quei livelli.

Nell’ordinanza Stefani ha chiesto anche all’Autorità di bacino del Po di convocare d’urgenza l’Osservatorio permanente, per rivalutare il grado di severità e calibrare eventuali nuove misure. Da qui in avanti molto dipenderà dal meteo: se luglio e agosto trascorreranno senza piogge consistenti, la pressione sulla risorsa aumenterà proprio nel periodo di massimo fabbisogno per agricoltura, acquedotti ed ecosistemi. È lo scenario che la Regione punta a scongiurare, arrivando ad agosto con la maggiore disponibilità d’acqua possibile. Ma l’ordinanza finalmente sembra avere anche un orizzonte più lungo: creare un sistema di monitoraggio che consenta di non arrivare all’emergenza.