La piaga che colpisce la città algerina di Orano comincia con un’improvvisa moria di topi. La storia è tornata ancora più attuale dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus. Non è reale ma sicuramente verosimile. Lo scrittore Albert Camus pubblicò La Peste nel 1947, un romanzo che è diventato un caposaldo della letteratura dell’epidemia. E in questi mesi uno dei libri più venduti in tutto il mondo dopo la diffusione del Covid-19. In quelle pagine tutto cominciava dai topi, dunque. Come la notizia che sta destando preoccupazioni a livello mondiale: un altro virus animale avrebbe compiuto il salto – come il coronavirus – all’essere umano. E sarebbe partito proprio dai ratti.

A lanciare l’allarme le rilevazioni degli scienziati dell’Università di Hong Kong. Nel 2018, infatti, questi si trovarono di fronte al caso di un 56enne, sottoposto a un trapianto di fegato, che mostrava delle funzioni epatiche fuori dalla norma. I test mostrarono la positività all’epatite E, un virus che causa febbre, itterizia e un ingrossamento del fegato. Non si riuscì però a rintracciare il ceppo umano dell’epatite E (HEV) nel sangue del paziente. “All’improvviso ci siamo trovati un virus che può compiere il salto di specie dai ratti all’essere umano”, ha dichiarato alla Cnn il dottor Siddhart Sridhar, microbiologo tra gli autori della scoperta. Si pensò quindi a un caso unico, isolato. Prima che altri 10 residenti di Hong Kong risultassero positivi al virus. L’ultimo caso la settimana scorsa, il 30 aprile, un uomo di 61 anni.

Il ceppo umano dell’epatite E si trasmette di solito attraverso la contaminazione dell’acqua potabile, secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute (Oms). Ma come si trasmetta il contagio dell’epatite dei topi è ancora un mistero, dopo due anni di indagini. Un’incognita confermata dai test sull’ultimo positivo: “Secondo le informazioni epidemiologiche disponibili, non è è stato possibile determinate la fonte e il percorso del contagio”, ha dichiarato in una nota il Centro di Protezione Sanitaria (CHP) di Hong Kong.

L’equipe incaricata delle ricerche ha comunque condiviso le sue informazioni nella comunità scientifica e lanciato delle campagne di sensibilizzazione sul caso. Non è tuttavia chiaro quanto sia lungo il periodo di incubazione del virus e nemmeno quale farmaco sia il più utile per curarlo, poiché quello utilizzato per il ceppo umano non ha dato risultati univoci. Molte persone con epatite E, spiega la Cnn, soffrono solo sintomi lievi o, in alcuni casi, non sono al corrente dell’infezione e quindi non si recano in ospedale. Il virus può avere comunque gravi effetti sulla salute. In particolare sui pazienti che hanno un sistema immunitario compromesso può causa un’epatite cronica, un danno epatico a lungo termine e la cicatrizzazione dei tessuti del fegato.

Secondo Sridhar i casi rintracciati potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. I contagiati potrebbero essere centinaia. Probabilmente diffusi anche altrove, non solo a Hong Kong. “La mia sensazione è che tutto questo si stia verificando da molto tempo – ha osservato Sridhar – il 2017 o il 2018 sicuramente non è stata la prima volta che si è verificato nel mondo. Oltre agli 11 casi di Hong Kong, tuttavia, solo un altro è stato confermato a livello mondiale: in Canada, un uomo che era da poco tornato da un viaggio in Africa. 

Tutto quello che le autorità stanno raccomandando ai cittadini è di prendere misure preventive come lavarsi spesso le mani prima di mangiare, conservare in maniera adeguata gli alimenti, pulire e disinfettare la casa, prevenire la formazione di luoghi di nidificazione dei roditori. Un’ipotesi avanzata è stata quella di sterminare tutti i topi di Hong Kong. Difficile a farsi e nemmeno consigliata dagli esperti, che allo stesso modo non hanno consigliato di sterminare i pipistrelli che sarebbero alla base della pandemia da coronavirus. Gli stessi scienziati avevano anche ampiamente previsto l’aumento delle nuove epidemie nei prossimi anni.  La soluzione dello sterminio dei topi tanto meno era della La Peste di Camus.